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1944, ULTIMI GIORNI A MONTECASSINO. IL RACCONTO DI MARIO FORLINO: LA CAMICIA CHE “CAMMINAVA”, L'ACQUA VERDE ...
Data: 23/02/2024Autore: NANDO TASCIOTTIListe: ESTERNI AL SITOCategorie: Testimonianze, La tragedia dei civiliTag: #febbraio 1944, bombing, civili, montecassino-abbazia

1944, ULTIMI GIORNI A MONTECASSINO/ 1
IL RACCONTO DI MARIO FORLINO: LA CAMICIA CHE “CAMMINAVA”, L'ACQUA VERDE E, PER IL GRANO, UN MACININO DA CAFFE'

[...] Nello Scalone reale erano ammassate quasi trecento persone. C’era anche Mario Forlino. Aveva vent’anni, e con la famiglia era entrato a Montecassino tra gli ultimi, il 5 febbraio [1944]. Così vivevano:

Su ogni scalino potevano starci una decina di persone, una a fianco all’altra. C’era un trambusto che non finiva mai tra le persone che volevano sistemarsi, che volevano accaparrarsi un posto più sicuro, più appartato, più coperto dal tiro delle cannonate. Le giornate passavano parlando: del passato, degli americani che stavano per arrivare… E quanto ci mettono per arrivare quassù!? Dormire? Chi dormiva profondamente erano solo i bambini; gli altri si potevano “appennicare” un po’, con le spalle al muro. Si passava la giornata alla bell’e meglio; ognuno doveva pensare a se stesso, a mangiare, a trovare viveri. Papà, prima di lasciare casa a Cassino, s’era portato un po’ di lardo, sale, farina, una ventina di chili di grano. Finita la farina, ci siamo attaccati a quel grano. Lo tritavamo con un macinino da caffè: ci voleva una mezz’oretta buona, a volte anche un’ora, e mamma faceva una focaccia, all’esterno dello scalone, dove c’è una cisterna; si accendeva un po’ di fuoco, ma in fretta, perché dalla valle poteva arrivare un proiettile.

L’acqua era un grosso problema:

C’era una cisterna, al centro del chiostro, e ognuno andava a prendervi l’acqua. Il secchio faceva giù e su. Guai se uno tentava di sprecarla per lavarsi il viso: ecco, quello era il momento in cui uno veniva rimproverato (“non ti vergogni? Io con quell’acqua devo mangiarci…”). A lungo andare quell’acqua, che era tutta piovana, era diventata torbida. Quando dovevi far da mangiare (per esempio, i tagliolini, fatti con la crusca), dovevi prima farla bollire; mentre bolliva, si formava una schiuma sporca; allora con una tavoletta, un ramo, si toglieva quella melma e l’acqua rimaneva verdastra, e con quella si mangiava. Oppure, per bere, andavamo di notte giù, fuori dal monastero, all’aia, dov’è ora il parcheggio dei pullman: lì c’erano delle pietre grosse; la notte vi si formava sempre la brina (era tempo di neve) e ne ricavavamo acqua. Quanta? Un bicchiere, sì e no, di quelli con un manico di alluminio.

Le condizioni igieniche, spaventose:

Alcune famiglie di Cassino avevano portato delle balle di biancheria, con la speranza che lì si sarebbero salvate. E proprio grazie a quella biancheria tutte le donne che avevano bambini hanno potuto tenerli un po’ puliti. Certo, almeno una volta al giorno bisognava andare al bagno. Dove? All’ingresso del portone, c’era un piccolo spazio. Verso le tre e mezzo-le quattro del mattino, quand’era ancora buio, si usciva – quattro, cinque, sei persone per volta: donne, uomini, l’uno a fianco dell’altro – io facevo il mio bisogno, e una ragazza anche… A volte era anche buffo: quando avevamo finito, si sentiva partire un colpo, boom! Per pulirsi? La carta non c’era. Usavi l’erba, o prendevi una pezza e ne facevi tante pezze, che si ammucchiavano là: per un mese, due-trecento persone, il puzzo... .
E ci si spidocchiava. Siccome di pidocchi ne avevamo tanti, andavamo al finestrone dove c’erano le balle di biancheria. Si prendeva un lenzuolo, che non si sapeva di chi fosse… Una volta in un lenzuolo trovai un biglietto da 50 lire, un verdone, e con quelle 50 lire andai avanti per una ventina di giorni. Lavarsi? E come? Le uova di pidocchi ormai s’erano incarnite addosso. Con un certo Guido ci cambiammo all’esterno dello scalone, e pensammo di utilizzare per questo cambio di biancheria le lenzuola. Guido si tolse la camicia, e io la mia. Lui mise la sua camicia sporca per terra, e mi disse: “Mario, Ma’, guarda la camicia!”. Oh, non mi si crederà: quella camicia sembrava quasi camminare. Era piena di pidocchi.

[...] Ma si moriva anche dentro il monastero:

Il 12 febbraio ci fu un bombardamento di artiglieria durato più di due ore. Mia madre sentì un pizzico ad una mano, e mi chiamò: “Mario, Mario!”. Mi accostai e, seduta su un gradino sotto di lei, c’era una signora (si chiamava Lucia) impassibile, che poggiava le spalle alle ginocchia di mia madre. Io dissi: “Signo’, per favore, scansatevi un po’ ”. Eravamo stretti come le sardine, ma non si litigava, si capiva che il disagio era di tutti, e ci si scansava appena per far passare. Cercai di aiutarla a spostarsi, ma quella signora cadde addosso ad un’altra signora seduta davanti a lei, imbrattandola di sangue. Era morta, colpita in pieno dalla stessa scheggia che aveva sfiorato mia madre. Mentre i parenti urlavano disperati, tutt’intorno, io fasciai la mano di mia madre con una striscia di lenzuolo... . Un’altra mattina c’era un moribondo, che veniva da Monte Maggio: erano due vecchietti, moglie e marito, sui 75-80 anni. Quel poveraccio poi è morto, e stava poco distante da noi, in mezzo alla gente: era appoggiato al muro e aveva le gambe addosso alla moglie. Quella poveraccia diceva: “Aiutatemi, aiutatemi!”. Io dico a un mio amico, Giuseppe: “Questo qua lo dobbiamo "atterrare" [seppellire] noi”. L’abbiamo messo sopra un lenzuolo per portarlo fuori dal monastero. Le persone si scansavano un pò per farci passare. Siamo arrivati alle spalle della cappella di Sant’Agata, che era già piena di buche di cannonate. La moglie veniva appresso. Io le ho detto: “Signo’, andate avanti, trovate una buca, cercate di allungarla un po’ e ce lo mettiamo dentro”. L’abbiamo coperto, e ce ne siamo scappati. Proprio mentre rientravamo, due cannonate che provenivano da Cassino ci passarono in testa. Il mio amico, Giuseppe, disse: “Mario, il prossimo che mòre non ce ne frega niente... .[...]

Tratto da: Nando Tasciotti, Montecassino 1944, un’abbazia torturata, Youcanprint, 2024.

Mario Forlino, deceduto il 14 febbraio 2015, proprio alla vigilia dell’anniversario di una data tremenda, è stato uno dei sopravvissuti al bombardamento dell’abbazia. Nel dopoguerra aveva lavorato come macchinista ferroviere. L’intervista con l’Autore è stata registrata il 27 febbraio 2010. Aveva già pubblicato un importante libro: “Memorie di guerra”, Cdsc onlus (Centro Documentazione e Studi Cassinati, Cassino, 2004). Fu sollecitato a scriverlo dal suo amico don Germano Savelli: entrato nel monastero a ottobre 1942, a quel tempo frequentava il seminario di aspiranti monaci. A ottobre del ’43, prima dell’arrivo del fronte, don Germano riuscì a tornare a piedi, su sentieri di montagna, a casa sua, a Terelle, assieme al maestro degli alunni monastici, don Bonifacio Fiore, e ad altri quattro compagni. E' poi diventato Rettore del collegio e infine canonico penitenziere della basilica cattedrale di Montecassino. Ha assistito tanti studiosi nelle ricerche. E’ morto il 20 maggio 2022.

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Bibliografia

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