Autore: ALBERTO TURINETTI DI PRIERO
Categorie: Spigolature
Tag: #todayALBERTO E LA "CASSINITE".
Molti mi hanno chiesto, ma a dire il vero io stesso mi sono spesso rivolto la stessa domanda, come e perché io abbia coltivato questa "mania" della collezione, per di più in un campo come quello della storia militare. Non sono mai riuscito a trovare una risposta, se non rifugiandomi nel passato, quando, forse, una gita fu fatale!
Allora vivevamo a Roma: una domenica, mio padre, ex ufficiale di carriera, che, dopo le esperienze maturate in
quattro guerre, detestava qualsiasi cosa che sapesse seppur da lontano di militare o di guerra, decise, con nostra
grande meraviglia, di portarci a visitare l'Abbazia di Montecassino.
Si era nel 1950: io avevo allora sette anni, e non avvertivo, così ben curato come ero dai miei genitori, le tante
tragedie che la guerra aveva scatenato, materializzate nei cumuli di macerie che caratterizzavano il paesaggio del
nostro Paese.
Ricordo quel viaggio in macchina, una "Belvedere", perché era comunque una novità in assoluto, ma ricordo l'angoscia
che provammo nell'attraversare Cassino, ancora rasa al suolo, e nell'arrivare all'Abbazia, dove, nonostante i lavori,
tutto parlava di distruzione.
Mio padre volle accompagnarci al Cimitero dei Polacchi e fu un'altra esperienza del tutto nuova: quelle croci,
bianche e ordinate, che si stagliavano in un paesaggio reso lunare dai bombardamenti, dove le piante rimaste erano
ancora spezzate e frantumate dalle schegge, e l'erba cresceva a stento, nonostante fossero passati sei anni dal
passaggio del fronte.
Infine arrivò l'ora del desinare e ci sedemmo a consumare i panini portati da casa su un muretto, proprio all'inizio
del viale che conduce al Cimitero Polacco. Pochi metri più in là, strisce di tela bianca indicavano che non si
poteva oltrepassare quella linea, perché c'era pericolo di saltare per aria. Ma la mia attenzione fu attratta da
alcune baracche di metallo ondulato, aperte ai due lati, apparentemente abbandonate. Ebbene, avvicinandoci ad una
delle entrate, ci accorgemmo che erano piene di armi, di effetti di equipaggiamento e di ferraglie: tutto raccolto
sul campo di battaglia, nel corso della bonifica in atto. Nel cumulo, centinaia di elmetti. Chiesi a mio padre di
poterne prendere uno, da conservare come ricordo, ma il diniego fu tanto netto, quanto deciso. Non ci rimasi
nemmeno troppo male, ma quel desiderio proibito mi rimase indelebile nella memoria.
Dopo molti anni, agli inizi dei Sessanta, tornai ancora a Cassino, a più riprese. Forse sono stato fra gli ultimi a trovare qualche oggetto abbandonato sulle montagne, allora setacciate dai cercatori di metallo, mestiere diffuso e talvolta molto pericoloso. Tra i ricordi, il rinvenimento di un elmetto da paracadutista tedesco, bucato da una pallottola o da una scheggia, a pochi metri dalla cima di quella quota 593, il Calvario, dove si consumarono gli attacchi americani e indiani del febbraio-marzo e quelli polacchi del maggio 1944.
Torino, 21 marzo 1999.
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