SAN PIETRO INFINE - Al di là del filo spinato... per non morire di fame.
Data: 31-12-2001Autore: MAURIZIO ZAMBARDICategorie: La tragedia dei civiliTag: #dicembre 1943, civili, san-pietro-infine

SAN PIETRO INFINE
Al di là del filo spinato. per non morire di fame.

di Maurizio Zambardi

Erano passati diversi giorni da quando la famiglia di Carmine Cenci, come gli altri abitanti di San Pietro Infine, aveva scavato la propria grotta nella "Valle della morte".

Il cibo scarseggiava, e l'acqua era pressoché introvabile.Carmine e il fratello Flaminio uscivano spesso in perlustrazione nel paese evacuato. Carmine era un tipo sveglio e molto scaltro ed era da poco tornato dalla Grecia, dove aveva combattuto fianco a fianco ai suoi connazionali. Sapeva quindi come cavarsela e riusciva quasi sempre a trovare qualcosa da mettere sotto i denti. Da diversi giorni però non riusciva a trovare piú niente. La madre, Mariantonia Mastantuono, decise allora di avventurarsi lei, insieme ad una sua figlioccia, Angela Ferri, alla ricerca di qualcosa di commestibile. Mariantonia sapeva che nel proprio orto in località "Le Iurdane", nella piana di San Pietro, vi erano vari frutti e ortaggi, da lei stessa coltivati. Questi prodotti avrebbero potuto tenere a freno i morsi della fame ancora per qualche giorno, ma il problema era che il suo orto si trovava oltre il filo spinato che costituiva la linea difensiva dei tedeschi. Dovevano però tentare a tutti i costi. A tentare c'era il rischio di essere prese dai tedeschi, ma a non tentare c'era la certezza di morire di fame per loro e per le loro famiglie.

Dopo essersi fatto il segno della croce, Mariantonia e Angela si avviarono furtive. Passarono davanti alla Fonte, unica sorgente del paese, riuscirono a oltrepassare in qualche maniera il filo spinato e sgattaiolarono verso la Chiesa della Madonna dell'Acqua, dove si sarebbero fermate per prendere fiato e scrutare la situazione. Non sapevano però che la morte le attendeva entrambe. A venti metri dalla Chiesetta, sentirono gridare delle parole in tedesco, capirono di essere state scoperte e con il cuore in gola presero a correre piú che potevano, sperando di riuscire a mettersi in salvo dietro le mura della Chiesa. Le grida erano di alcuni soldati tedeschi, nascosti e mimetizzati tra la vegetazione. Erano appostati con una mitragliatrice in una grotta a fianco di una casa un po' piú giú della fontana e stavano a guardia della linea difensiva. Convinti che le due donne sarebbero comunque saltate sulle mine da loro stessi collocate in quel terreno, i tedeschi spararono in aria delle raffiche di avvertimento. Visto però che le due donne erano miracolosamente scampate al pericolo delle mine e che stavano fuggendo, temendo che portassero informazioni al nemico, abbassarono il tiro e le falciarono con una raffica.

I civili erano ai limiti della sopravvivenza.
Mariantonia, colpita in pieno torace, cadde esanime in un fosso, dove scorreva acqua per l'irrigazione, posizionato proprio accanto all'abside della chiesa. Solo i piedi emergevano dal ciglio del fosso e l'acqua si tinse subito di rosso. Angela, che nella corsa si trovava piú avanti di Mariantonia, fu ferita ad una gamba. Sentendo il grido soffocato di Mariantonia, si voltò, vide il corpo ormai esanime della sua madrina, e con il cuore in gola e un dolore tremendo che gli irrigidiva la gamba cercò di proseguire la corsa, trascinando la gamba ferita e lasciando dietro di sé una lunga scia di sangue. Con quel poco di lucidità che gli era rimasta, pensando ai due figli ancora bambini che aveva lasciato nella grotta, decise di tornare indietro e chiedere anche soccorso. Per non essere vista dai tedeschi fece però un giro piú lungo, riattraversò il filo spinato, passò lungo la via che portava al vecchio mulino, perché cosí era protetta dal grosso muro di contenimento, fiancheggiò il mulino e arrivò ansimando nei pressi della Fonte Maria SS. Dell'Acqua. Qui cadde a terra stremata.

La vide Domenico Verrillo un compaesano che, sfidando anche lui la sorte, si era avventurato in cerca di acqua. Domenico, allertato già dal rombo delle raffiche di mitra prima e dalle urla di dolore di Angela poi, si avvicinò alla sfortunata donna per portarle soccorso. Si accorse subito della gravità delle sue condizioni. La raccolse e l'accompagnò dentro una casa nei pressi della Fonte e Angela gli raccontò con un filo di voce l'accaduto. Domenico cercò di fermare l'emorragia ma si rese conto che ormai poteva fare ben poco per lei. Poiché non poteva rischiare di portarla su in paese, decise di appoggiarla in un angolo sotto le scale della casa. Corse come un dannato verso i rifugi del vallone, dove sapeva si trovavano i familiari delle due donne e, ansante, riferí l'accaduto. I familiari di Angela, sapendola ferita, organizzarono una sortita per raggiungerla, ma arrivarono quando era ormai troppo tardi: Angela era morta dissanguata.

Anche Carmine e i suoi familiari, si avviarono alla ricerca della madre, ma furono bloccati da Antonio Morella, che disse loro che la madre era ormai morta e non valeva la pena affrontare il pericolo di varcare il filo spinato, per non aggiungere altre vittime alla tragedia. Intanto i tedeschi, per scoraggiare i civili a uscire allo scoperto, continuavano a sparare frequenti colpi di fucile e raffiche di mitra.

Dopo trentatré giorni, quando la situazione si era ormai fatta piú calma, Carmine e Flaminio si fecero coraggio e si avventurarono alla ricerca della madre che giaceva ancora insepolta, alle spalle della Chiesetta. La zona era invasa da un puzzo tremendo emanato dal corpo ormai in avanzato stato di putrefazione. Versando lacrime di disperazione, Carmine e Flaminio, si attivarono per seppellirla. Con un fazzoletto sulla bocca, scavarono con le mani una buca a poca distanza da dove giaceva il corpo. Si resero subito conto,però, che non era possibile prendere il corpo della madre con le mani nelle condizioni in cui era e decisero allora di legarlo per le gambe, con un fil di ferro trovato nei pressi della chiesetta. Cosí la trascinarono nella fossa appositamente scavata. Carmine ricordò che la madre portava con sé, avvolte in un fazzoletto e nascoste tra i seni, 800 lire in cartamoneta, che Carmine stesso le aveva portato dalla Grecia. Decise allora di prendere il fagottino, perché quel denaro rappresentava la loro sopravvivenza, una volta passato il fronte. Trattenne il respiro, frugò tra le lacere vesti della madre, e lo trovò. Lo accantonò provvisoriamente su un muretto, lasciandolo sgocciolare. I due fratelli coprirono, poi, con la terra ciò che rimaneva della loro madre, approntarono una piccola croce di legno, si segnarono la fronte, presero la cartamoneta e andarono via sconsolati.
La cartamoneta, a causa della lunga permanenza in acqua e al contatto con il corpo in decomposizione della donna, era danneggiata. Allora Carmine con pazienza spiegò su una pietra liscia i fogli di carta, e vi sparse sopra della cenere. Il giorno dopo trovò la cartamoneta scolorita ma asciutta. Erano rimaste solo alcune macchie indelebili, ma tutto sommato la cartamoneta era ancora buona. Quel denaro fu la loro salvezza.

Dopo due anni, quando ormai il vento burrascoso della guerra era passato e tutta la vita del paese anche se con enorme difficoltà riprendeva, disseppellirono il corpo, di cui ormai erano rimaste solo le ossa, sistemarono i poveri resti in una cassetta portamunizioni vuota, e la portarono al cimitero. Quanto ad Angela, fu seppellita provvisoriamente a fianco della casa dove era morta.

Dal Settimanale "L'Inchiesta" n. 44 (settimana dal 19 al 25 Novembre 2000)

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