ADDIO AL LIBERATORE
Data: 25/02/2001Autore: GIOVANNI CAVALLOTTICategorie: CronacheTag: #today, stampa, veterani-reduci

ADDIO AL LIBERATORE

di Giovanni Cavallotti

Noi chiediamo all'ltalia solo un piccolo pezzo di terra per seppellire i nostri morti.

Queste parole del proclama che il generale Clark lanciò il giorno della liberazione di Roma (ma lui, in privato, la chiamava « conquista ») commossero molti italiani, furono lette nelle scuole ispirarono perfino un film. Churchill che pur avendolo definito « l'aquila americana », non lo amava, disse di lui che, « per lo meno » sapeva coniare frasi d'effetto. Ma ora che, all'età di 88 anni, si è spento in un ospedale militare della Carolina del Sud, si può affermare, al di sopra di ogni polemica, che Mark Wayne Clark è stato uno dei migliori generali americani del nostro secolo: davanti a lui ci sono forse solo Mac Arthur, Bradley e, alla sua maniera Patton.
Era uno dei pochi ufficiali di carriera di quell'esercito. Aveva raggiunto i galloni di colonnello nella prima guerra mondiale dov'era approdato da tenente e si era guadagnato un medagliere da far invidia a un notabile sovietico. Ed era già un generale a due stelle quando il suo amico Eisenhower lo spedì in Algeria, per concordare con i generali francesi, apparentemente fedeli a Petain, l'« operazione Torch », cioè lo sbarco anglo-americano nel Nordafrica. Sia pur con molti contrattempi e traversie, Clark svolse con successo il suo compito, aggiunse una terza stelletta alle due che già aveva e quando, nel settembre del '43, Patton fu silurato, prese il comando della 5ª Armata americana che doveva risalire la penisola italiana operando agli ordini del generale inglese, e futuro maresciallo, Sir Harold Rupert Alexander. I due uomini si detestavano cordialmente, e apertamente. Alexander, tipico rampollo dell'aristocrazia inglese, guardava dall'alto in basso il « plebeo » Clark che, con la sua faccia un po' cavallina e il naso lungo, era anche nel fisico così schiettamente americano dà far dire a un suo biografo che « gli mancava solo la barba per sembrare un Pilgrim Father ». Ma i contrasti non erano solo « di pelle », Alexander, pur essendo un ottimo generale, per molti versi migliore del celebratissimo Montgomery, mancava di iniziativa ed era tutto tranne che un fantasioso e ardimentoso stratega. Clark, invece, lo era. Disse che se fosse dipeso da lui, le truppe anglo-americane non sarebbero rimaste per mesi « in panne » davanti alla linea di Cassino.

Comunque, fu lui a sfondare con tre robuste spallate quel fronte e a ricongiungersi con le truppe tuttora inchiodate fra Anzio, Nettuno e Cisterna. Roma era ormai a portata di mano, e Clark pretese di entrarvi per primo: « Non solo volevamo l'onore di conquistare Roma, ma pensavamo di essercelo abbondantemente meritato », scrisse. Alexander abbozzÒ, e fu Clark a entrare trionfalmente nella Città Eterna, acclamato da una folla che, anche per merito suo, cominciava a distinguere tra inglesi e americani, e a considerare questi ultimi come i « veri amici » e i « veri liberatori ».
Da Roma, gli alleati fecero un balzo abbastanza rapido verso nord, finché, arrivati agli Appennini, dovettero ancora una volta arrestarsi davanti alla cosiddetta « Linea Gotica ». Clark mordeva il freno, anche perchè, a sentir lui, era colpa di Alexander se, col pretesto delle operazioni in Normandia e di un progettato sbarco in Provenza, le truppe operanti in Italia erano state private di una mezza dozzina di divisioni. Alla fine, fu accontentato. Alexander, promosso alla carica più o meno simbolica di comandante supremo di tutto lo scacchiere mediterraneo, gli cedette il comando effettivo in Italia, non senza aver commesso, all'ultimo istante, una delle più grosse gaffes della seconda guerra mondiale: il famoso proclama in cui praticamente invitava la Resistenza italiana a smobilitare in vista di un inverno militarmente « infruttuoso ».

Clark rimediò rapidamente. Ottenne rinforzi, inquadrò nelle sue truppe reparti italiani (che tra l'altro si comportarono benissimo) e, l'8 marzo 1945, fece scattare l'offensiva secondo un piano che era quasi interamente farina del suo sacco, anche se, pro forma, portava ancora la firma di Alexander. Della guerra in Italia, la « sua guerra », aveva un ricordo vivissimo: lo si vede dalle memorie e dai saggi che - ritiratosi nel '53 dal servizio - pubblicò.

Ma una cosa gli era rimasta in gola: Montecassino. Ci tornava continuamente sopra, nei suoi ricordi scritti e parlati, per dimostrare agli altri, ma più ancora a se stesso, che era stato costretto a distruggere il monastero. Aveva ragione. Cioè l'avrebbe avuta se i tedeschi ne avessero fatto come lui credeva, una fortezza. Invece ci avevano messo soltanto un osservatorio.

Clark non lo sapeva. Ma avrebbe dovuto e potuto saperlo, se si fosse un pò meglio informato. E il rimorso di non averlo fatto lo ha tormentato fino alla morte.

Perchè Clark non era soltanto un generale. Era anche un uomo.

Nel caso in cui il testo derivi sempicemente dall'esposizione, con o senza traduzione, di documenti/memorie al solo fine di una migliore e più completa fruizione, la definizione Autore si leggerà A cura di.

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