ARCE - BATTLE FOR MOUNT PICCOLO & MOUNT GRANDE
Data: 23-08-2002Autore: ROBERTO MOLLECategorie: Le battaglieTag: #maggio 1944, linea-senger-riegel

ARCE - BATTLE FOR MOUNT PICCOLO & MOUNT GRANDE

27 maggio 1944, la notizia tanto attesa è arrivata: i tedeschi si sono ritirati e gli alleati hanno liberato Roccasecca. Era da giorni che si sentiva tuonare il cannone, prima lontano verso Cassino, poi più vicino verso Aquino, Pontecorvo, infine sulle rive del Fiume Melfa; ora lo si sente soltanto in lontananza, verso Ceprano e Frosinone.
All’improvviso un fiume di persone si riversano sui sentieri e sulle mulattiere che scendono a valle dalle frazioni più remote di Santopadre e di Colle S.Magno, in dialetto vengono chiamate; Iannole, Varciosa, La Forma, Barbanera, La Cupa.

Un fiume di stracci, donne, vecchi e bambini, con indosso degli indumenti logori, sulle spalle poche masserizie e il volto scavato dalla sofferenza e dalla fame.
Scendono a valle per vedere cose ne è rimasto delle loro case, dei loro raccolti. La speranza è che la vita possa ricominciare dopo lunghi mesi di esilio sopra le montagne, al freddo ed alla fame.
Tra questi bambini vi è anche Benedetto Malnati, nove anni. Quella mattina si trovava in una grotta nella frazione Petrosa, nel cunicolo era entrato un soldato tedesco, bianco in viso, con il mitra spianato; aveva guardato dentro e poi si era dileguato. Benedetto scende nelle gole del Melfa (Tracciolino) insieme alla famiglia; il ponte della valle è distrutto, si attraversa il fiume sopra una passerella di fortuna.
Vede i primi morti, sono tedeschi; buttati nei fossi ai lati della strada, già denudati dei vestiti e delle scarpe, ad altri serviranno ancora.
Si chiede il piccolo Benedetto come saranno questi liberatori di cui tanto ha sentito parlare. All’improvviso incrocia dei soldati, gli regalano una pagnotta di pane, bianchissima e dal sapore mai provato, ed una stecca di cioccolata. Più avanti vede altri soldati, hanno la carnagione olivastra; stanno salendo in colonna verso la chiesa dello Spirito Santo.
Ma un particolare attira l’attenzione dell’adolescente; scopre con terrore che questi soldati hanno attaccato alla cintola un laccio di cuoio dal quale pendono delle orecchie; sono soldati indiani della VIII Divisione.

Venti anni dopo, Benedetto si trova in Inghilterra e lavora come carpentiere. Vicino al cantiere abita una signora vestita sempre di nero, molto discreta. Ogni tanto Benedetto nota che la signora si affaccia dietro le tendine della casa come per spiare lui e gli altri operai.
Un giorno la signora si avvicina a Benedetto e gli chiede se lui e i suoi compagni sono italiani, alla risposta affermativa risponde che il marito, il sergente maggiore Doyle delle Welsh Guards, era partito per la guerra ed era morto proprio in Italia e per questo motivo provava diffidenza verso gli italiani.
Gli chiede dove era caduto e la risposta è lapidaria:

Arce, 27 maggio 1944.

Tornato in Italia il nostro testimone andò a cercare al cimitero di Cassino la tomba del Sergente Maggiore Doyle, fatta una foto insieme alla famiglia, la inviò alla signora Nora Doyle.

Già.... Arce, 27 maggio 1944, ma cosa avvenne di preciso?
Perché due modeste collinette, chiamate Monte Piccolo (320 metri s.l.m.) e Monte Grande (358 metri s.l.m.), assunsero alla cronaca di una battaglia durata due giorni con molti caduti da entrambe gli schieramenti?

Ormai la linea Senger – Riegel era stata travolta, gli alleati dilagavano con la superiorità schiacciante di mezzi nella Valle del Liri, niente sembrava potesse fermarli. Anche la linea del Melfa era stata superata di slancio, i tedeschi erano in ritirata e perché questa non si trasformasse in una rotta completa, dovevano avere il tempo di passare la sacca di Valmontone ed attestarsi oltre Roma, sul Trasimeno.
Il comando tedesco da tempo aveva deciso di creare uno sbarramento ad Arce, dove la Statale 6 Casilina si incunea in una stretta gola sormontata ai lati da montagne. Il ponte sulla Statale poteva essere distrutto e sulle colline, come detto di altitudine modesta, poteva essere tentata una difesa che permettesse quantomeno un rallentamento dell’avanzata alleata. Le uniche truppe disponibili erano alcune unità, peraltro duramente provate dai combattimenti del mese di maggio, della I Divisione paracadutisti, della 44ª Divisione Hoch und Deutschmeister e della 90a Divisione Panzer Grenadier; ad esse sarebbe spettato il compito di difendere Monte Piccolo e Monte Grande.

Gli alleati avanzavano attraverso la Valle del Liri; sulla direttrice pedemontana, ovvero Castrocielo – Roccasecca – Casalvieri, si trovava la 8ª Divisione Indiana; sulla Statale Casilina vi era il grosso delle truppe inglesi appartenenti alla 78ª Divisione, con le unità corazzate e fanteria delle Welsh Guards; nella valle vi era la Prima Divisione Canadese, sulla direttrice Pontecorvo – Melfa – Ceprano; infine, sul lato sud – ovest della Valle del Liri, le truppe coloniali del Generale Juin, sulla direttrice Esperia – Pico – San Giovanni Incarico.

Le truppe inglesi furono severamente impegnate nel combattimento del 27/28 Maggio 1944 ad Arce.

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A dirla tutta anche sul Monte Orio, quota 490 slm, i tedeschi tentarono una resistenza. Tale collina, posta a nord della Statale Casilina, dominava la valle riparata dai contrafforti di Santopadre, a ridosso della frazione Fraioli.
L'unità della 8ª Divisione Indiana, dopo aver superato il Ponte dello Spirito Santo a Roccasecca, con l’attraversamento del Fiume Melfa proprio sullo sbocco a valle delle Gole del tracciolino, si erano dirette verso Monte Orio e la frazione Fraioli.
Su tale collina si erano trincerate unità di Panzer Granatieri, reduci dell’arretramento dalla linea del Melfa, facenti parte del gruppo da combattimento di Ruffin.
I Fucilieri Reali e le Force Frontieers della 17a Brigata Indiana, attaccarono Monte Orio e la prospiciente collina di Clavello, subendo gravi perdite.
Intanto, i Paracadutisti tedeschi si attestano per la difesa sul Monte Piccolo: preparano delle postazioni di mitragliatrici, di mortai da 80 mm, scavano delle trincee.
Con la dinamite viene fatto saltare in aria il ponte della Statale Casilina chiamato Proibito, dal nome dell’omonimo torrente che scavalca; in questo modo le truppe avanzanti non potranno contare sull’appoggio diretto ed immediato dei carri armati.
Il Colonnello Egger si posiziona con il III Battaglione e la I unità del Reggimento sul Monte Piccolo e sul Monte Grande. Lo schieramento tedesco è così composto:

Il confine tra le due unità da combattimento dei paracadutisti passava esattamente tra Monte Piccolo e Monte Grande. Su Monte Piccolo però, in un secondo tempo, si posizionarono massicciamente unità di Panzer Granatieri e le due unità di paracadutisti assunsero una posizione arretrata di difesa e copertura.

Su Monte Grande in particolare si trovavano i resti della 1a Compagnia comandata dal Maggiore Bohlein e sul Monte Piccolo la 14a Compagnia comandata dal Sottotenente E.A.Mayer, entrambe facenti parte del 4° Reggimento Paracadutisti.
Più tardi di rinforzo arrivarono il gruppo da combattimento Weck e un plotone della 44a Divisione (questa unità aveva abbondanza di munizioni ed armamenti a differenza delle unità di paracadutisti).

In pratica un crogiolo di piccoli gruppi di combattimento, notevolmente sotto organico, lontano ricordo delle potenti unità di cui facevano parte.
Il primo scontro con le truppe inglesi fu terribile.
Il pomeriggio del 27 maggio le Welsh Guards ed i Coldstreams Guards vanno all’attacco, i primi verso Monte Grande ed i secondi verso Monte Piccolo. Questi ultimi riescono a portare una compagnia sul Piccolo, ma poi devono abbandonarlo. L’attacco si svolge sul versante sud-ovest della collina, partendo dalla pianura antistante il paese di Coldragone, oggi Colfelice. L’artiglieria alleata fornisce una forte copertura all’attacco, con tiri di concentramento su entrambe le alture e ad est della Statale 6. Le perdite degli alleati sono veramente alte a causa del tiro concentrato delle mitragliatrici e dei mortai.

Dal diario di Derrick Jackson dei Coldstream Guards:

Avevo preso parte a numerose battaglie finora, ma questa era la “gemma” di tutte. Il bombardamento era molto pesante e sembrava che i cieli crollassero, le scintille illuminavano cielo e terra intorno a noi. Continuò per circa 20 minuti, durante i quali ci preparammo ad avanzare in fretta, appena cessato il bombardamento. Non avevo alcuna voglia di ritrovarmi sulla cima della montagna in compagnia dei tedeschi. Non avevano certo molta copertura nelle trincee che avevano predisposto, del resto quella zona non era considerata dagli stessi una linea difensiva permanente. Il bombardamento cessò ed io ebbi l’ordine di attaccare. Potevo vedere, nella penombra, le nostre truppe avanzare a sinistra, sembravano migliaia.

Era confortante osservare centinaia di Welsh Guards avanzare come se fossero una sola. Colsi lo scintillio delle baionette, mentre il battaglione si spingeva in avanti. Nonostante il bombardamento effettuato, i tedeschi combattevano, erano ancora in grado di uscire allo scoperto e sparare sulle nostre truppe che avanzavano. Dovevamo andare avanti così, con lo stomaco che ribolliva avanzai lungo il pendio roccioso di fronte a me. Improvvisamente le rocce si frammentarono e le pallottole sfondarono pietre e rocce. Ci buttammo a terra mentre le pallottole rimbombavano tutt’intorno. Avanzammo velocemente appena cessarono gli spari. Svoltammo una grande roccia ed improvvisamente mi scontrai con due soldati tedeschi, esitanti nella debole luce; questi realizzato che non eravamo loro commilitoni, cominciarono ad indietreggiare, ma non per molto, prima che la Bren li stendesse entrambi. Spingendomi in avanti, mi resi conto che non erano morti ma giacevano a terra, contorcendosi e tenendosi le budella. Non c’era tempo per fermarsi, così è la guerra. Avanzammo col gemito dei feriti tedeschi ancora nelle orecchie. Raggiunto uno sperone roccioso, una bomba a mano esplose nel mezzo del reparto; mi buttai a terra spingendo la faccia nel terreno roccioso, restando in attesa. Sentii l’esplosione sul terreno ed una piccola scheggia colpire il mio elmetto di latta, ma senza forza sufficiente per penetrarlo, anche se fu abbastanza per rimbombarmi la testa. Guardai in alto e vidi due dei miei abbattuti, con i volti fissi al cielo. Strisciando verso di loro, mi resi conto che erano morti entrambi.

I frammenti della granata li avevano colpiti al torace e allo stomaco. Il caporale strisciò verso di me e mi disse che poteva vedere la postazione tedesca a circa 20 yarde da noi. Appena guardai, uno dei miei corse avanti a sinistra e improvvisamente si ritrovò sulla cima prima che i tedeschi se ne accorgessero. Prima di ricongiungerci alla sezione, tutti i tedeschi erano stati uccisi o feriti. Ci sentivamo più forti ora che eravamo uniti agli altri reparti, anche se il caporale era stato seriamente ferito e si trovava giù nel pendio con una guardia che gli teneva la testa in grembo. Scesi giù per vedere cosa potevo fare e mentre ero chino su di loro, i proiettili cominciarono a cadere sul pendio. I tedeschi ora avevano spostato l’artiglieria pesante sull’altro lato della valle e la stavano usando pesantemente. Sebbene avessimo conquistato la cima della montagna fummo sottoposti ad un pesante bombardamento, così come avevamo fatto noi con i tedeschi prima dell’attacco. I soldati si spinsero subito verso i pendii inferiori alla ricerca di riparo, ma non prima che le bombe avessero ottenuto il loro tributo di sangue dal nostro battaglione. Ci riunimmo in un’area circa un miglio più dietro. Ci concedemmo una sosta di circa 6 ore, e poi ci dissero che avremmo dovuto avanzare ancora sulla destra del Piccolo.

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Il Colonnello Week ricorda:

... i soldati si difendevano anche con bastoni e pietre; il Capitano Schruder ordinò di inviare urgentemente rinforzi e munizioni, ma la difficoltà consisteva nel mandare in cima gli uomini attraverso il campo di battaglia. Anche lo Stato Maggiore fu disintegrato dal bombardamento.

Il Tenente Mayer scrive:

Della 14ª Compagnia non rimane che un plotone, quello alla sinistra di Boehlein sul Monte Piccolo. Si svolgono feroci scontri corpo a corpo, le perdite del nemico sono di 59 morti, 8 prigionieri e una quantità di armi.

Perde la vita anche il sergente maggiore William Doyle, matricola 2733448, età 33 anni.

Il 28 maggio viene rinnovato l’attacco alle ore 00,15 della notte; il fuoco di sbarramento alleato dura fino alle ore 03,50. In particolare il terzo battaglione delle Welsh Guards attacca ancora il Grande e il 2° Coldstream Guards attacca il Piccolo.
Si impadroniscono di entrambe le quote, ma alle primissime luci del mattino i Paracadutisti tedeschi effettuano un violentissimo ed inaspettato contrattacco che respinge due compagnie delle Guardie Gallesi giù dalle pendici del Grande. I soldati inglesi ridiscendono i declivi dell’altura a rotta di collo, abbandonando armi e persino le radio.
I contrattacchi in realtà sono due, molto violenti ed in forze; nulla possono i soldati alleati per resistere alla veemenza dell’attacco, appoggiato, tra l’altro, da un preciso e concentrato fuoco di mortai.
I tedeschi rioccupano quindi il Grande e la sommità finale del Piccolo (N-W).

A questo punto gli alleati decidono di stroncare l’ostinata difesa tedesca facendo pesare la superiorità della potenza di fuoco; l’artiglieria reggimentale dirige un intenso e concentrato fuoco sulle due quote, dalle 9,00 alle 11,00. I tedeschi subiscono gravi perdite a causa del tiro di artiglieria. La testimonianza lasciata da un osservatore d’artiglieria alleato che si reca sulla collina è indicativa:

Nel pomeriggio del 29 maggio Charles ed io saliamo sul Monte Grande. Le pendici sono cosparse di crateri de proietti di piccolo e medio calibro, non un parapetto è rimasto intatto. In prossimità della cima cominciamo a trovare i morti, macabro spettacolo, immersi in pozze di sangue, maciullati, coperti di sciami di insetti. Non posso fare a meno di riflettere sull’effetto del tiro di concentramento su terreno roccioso scoperto.

La pressione tedesca si allenta, i granatieri e i parà sono esausti.

Alle 19.15 la parte terminale della cima del Piccolo viene ripresa dalle Coldstream Guards; un nuovo contrattacco nemico viene sbaragliato dal tiro concentrato dell’artiglieria.
Si capisce che il nemico ha ormai intenzione di ritirarsi da entrambe le colline durante la notte. Alle ore 3.00 una pattuglia riferisce che la sommità del Grande è libera dal nemico; un'unità del 3° Welsh Guards viene tenuta pronta per inseguire i tedeschi in ritirata. Le unità che hanno partecipato all’attacco sono esauste.

Ancora dal diario di Derrick Jackson su quel terribile giorno:

Iniziammo l’attacco di mattina presto, mentre avanzavo capii che era il giorno giusto per conquistare il Piccolo. Mi preoccupai nell’apprendere che il nemico si era nuovamente posizionato a difesa e che non aveva alcuna intenzione di rinunciare alla posizione senza una “buona battaglia”. Il nemico erano i Panzer Grenadier. Avanzammo lentamente, non molto lontano da dove i tedeschi stavano bombardando. Improvvisamente il fuoco dei mortai si diresse sul nostro cammino; anche il fuoco delle mitragliatrici investì le nostre truppe che avanzavano. Diedi ordine di correre e cercare riparo dietro gli enormi massi disseminati sul fondo del pendio; l’altra sezione fece lo stesso. Il nostro compito era di arrampicarci sugli alti pendii e conquistare le cime più alte, pesantemente occupate dai tedeschi. Ognuno doveva combattere per se stesso e, anche se avesse perso la sua sezione, doveva difendere l’obiettivo ottenuto. Improvvisamente mi ritrovai solo con tre uomini, gli altri erano stati colpiti dalle mitragliatrici tedesche mentre cercavano riparo verso i massi.

Avanzammo noi tre in attacco, prevalentemente strisciando, e decidemmo di guadagnare una posizione da cui potevamo vedere le creste più alte. A circa 50 yarde da noi vedevamo le postazioni delle mitragliatrici tedesche, che stavano aprendo il fuoco sui nostri uomini a sinistra. Vidi il caporale spuntare fuori dalle rocce, a pochi passi dalle mitragliatrici tedesche, e lanciare una granata verso quella postazione. Appena esplosa, feci cenno ai miei di avanzare velocemente, verso la postazione più alta. Ora era stata conquistata la postazione di mitragliatrice e, strisciandovi intorno, vidi che tre tedeschi erano stati uccisi, un altro, gravemente ferito al collo, giaceva ricoperto di sangue. Tornai dai miei due uomini, ora eravamo in grado di alzarci e vedere la cresta che dovevamo conquistare.

Avanzammo sulla destra, per poter salire più in alto, appena svoltato una grossa roccia, ci imbattemmo in quattro tedeschi, uno dei quali seriamente ferito ad un braccio; gli altri tre furono sorpresi di vederci così da vicino. Appena caricarono le loro armi, io e i miei due, sparammo con i fucili mitragliatori dal fianco e tutti e tre caddero, quello ferito strisciò verso un grande masso, lamentandosi. I suoi tre commilitoni erano morti. Mi chiesi perché non gli avevamo dato la possibilità di arrendersi, il vecchio mi disse: ”prima si spara e poi si fanno le domande! O noi o loro”. Ci avvicinammo al tedesco ferito in modo che, se fosse stato grave, avrebbe potuto essere trovato dai nostri medici che stavano per giungere dai pendii retrostanti, alla ricerca dei nostri feriti, mentre noi continuavamo a salire verso la cima. Mi accorsi che c’era una piccola postazione nemica sistemata proprio davanti a noi; anche se sembrava abbandonata, bisognava essere prudenti perché i tedeschi avevano l’abitudine di cessare il fuoco ed aspettare che le nostre truppe si avvicinassero per poi sparare ancora e infliggerci più vittime. Stavamo imparando i loro metodi, così ci posizionammo sotto un alto sperone di roccia, con l’attenzione rivolta alle cime più alte.

Appena posizionati un portaordini ci informò che i tedeschi erano arretrati sui pendii del Grande, muovendosi sui fianchi. Le Welsh Guards avrebbero cercato di riconquistare il Grande, ed appena partito il loro attacco noi dovevamo avanzare per prendere la cima del Piccolo e consolidare la posizione. Guardando verso i pendii, vidi il resto del Battaglione muoversi, preparandosi al nuovo attacco. Sulla sinistra vedevo un feroce combattimento, doveva essere la Welsh sul Grande.
Così ci spingemmo gradualmente sino alla sommità del Piccolo; mi unii con gli uomini rimasti alla Compagnia, dopo aver riferito che eravamo solo in tre. Dopo un po’ si unirono a noi altre quattro Guardie e fui felice di vedere che due di loro erano originariamente del mio reparto. Sul Piccolo la situazione era tranquilla, non arrivavano più bombardamenti dal Grande, che la Welsh aveva ripreso. I tedeschi si erano ritirati ed ora potevamo dire che Grande e Piccolo erano in mano agli alleati, sulla sinistra della Statale 6 Casilina.

Camminavo sulla sommità, guardai in basso verso i nostri medici che camminavano con le barelle, per raccogliere morti e feriti. Più avanti vidi molti corpi di tedeschi, in gran parte dove erano posizionate le loro mitragliatrici. Sapemmo che il nostro battaglione ebbe 158 vittime, tra morti e feriti. I tedeschi ne ebbero però il triplo; solo la Welsh nel suo attacco ne aveva uccisi circa 100. Di fronte a noi c’era Arce, il nostro prossimo obiettivo. Ci giunse l’ordine di lasciare il Piccolo e riformarci a Coldragone (Colfelice ndr), un piccolo paese a circa due miglia dal Grande e dal Piccolo. Ci ritirammo e marciammo lungo terreni distesi di olivi. La Statale 6 Casilina era piena di truppe ed armate, sulla strada tra Arce ed il Liri. Ci fermammo su un’area appena fuori il paese, tra case e fattorie.

Il 29 maggio Lothian Force e Welsh Guards avanzano sulla Statale 6 ed entrano in Arce alle ore 8,45. Con la conquista della città le unità che hanno duramente combattuto vengono rilevate dal 2° Lothians alle ore 15,00; il resto del giorno viene dedicato alla sepoltura dei caduti.
Dieci prigionieri vengono presi dalle scarpate delle due colline, feriti ed esausti; oltre 90 tedeschi caduti vengono contati nelle scarpate poste a sud di Monte Piccolo.
Le unità alleate coinvolte nell’attacco vengono rilevate da altre unità, della 6ª Divisione Corazzata Britannica, nel corso dell’avanzata verso Ceprano e poste a riposo per 3-4 giorni per riorganizzarsi.
La battaglia è finita. Certamente i tedeschi non pretendevano di più di quello che hanno conseguito e cioè fermare per un paio di giorni l’avanzata alleata e permettere la ritirata del grosso delle loro truppe.

Nella verde campagna gallese del Monmouthshire, nella città di Abergavenny, rimane una donna, Nora Doyle, nella inutile attesa del ritorno del marito caduto in guerra in una terra lontana ed ostile; cerca di capire ma non sa spiegarsi il perché.

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Integrazione Novembre 2004

17 maggio 2004, Cimitero del Commonwealth di Cassino, sessantesimo anniversario della Battaglia

Commemorazione ufficiale alla presenza di moltissimi veterani ed anche del Duca di Kent.
Alla fine della cerimonia ci ritroviamo con Benedetto Malnati, il figlio Claudio, a parlare con Douglas Lyne, reduce e Presidente della Associazione Europea Veterani di Guerra. Gli raccontiamo la storia di William Doyle ed egli, con in mano una corona di fiori, decide di accompagnarci proprio su questa tomba, in rappresentanza di tutti i caduti inglesi.
Qui la sorpresa, giunti alla tomba di Doyle troviamo tre persone che pregano sulla tomba vicina; notiamo che è un soldato caduto lo stesso giorno e della stessa unità di Doyle. Facciamo conoscenza ed apprendiamo che sono i parenti di un soldato caduto nella stessa azione di Doyle su Monte Grande; ci dicono di non essere mai andati sul posto dove è avvenuto il combattimento mortale.
Benedetto e Claudio si offrono si accompagnarli. Accade così che nel primo pomeriggio la comitiva si reca ad Arce, proprio a ridosso di Monte Grande; i visitatori inglesi sono forniti del diario reggimentale e del rapporto ufficiale relativo alla morte del soldato. Non hanno difficoltà ad individuare l’area dove è avvenuto l’episodio. Nel mentre si avvicina una signora anziana; chiede chi sono quelle persone, cosa stanno facendo; appena saputa la ragione della visita, l’anziana comincia a raccontare di ricordare tutto e di essere stata presente a tutti i combattimenti; ricorda con commozione questi soldati inglesi, biondi alti e belli, che andavano a morire. Racconta anche che spesso barattavano il pane per il vino. A questo punto il figlio del caduto caccia fuori l’ultima lettera inviata dal padre prima di morire; c’è scritto proprio che cambiavano con la popolazione civile il pane con il vino. A questo punto la commozione assale tutti i presenti e il figlio del soldato caduto abbraccia commosso la signora, dicendo che in quel racconto aveva potuto rivedere il padre.

Ottobre 2004, soggiorna a Roccasecca un veterano Neozelandese, Eric De Latour, accompagnato dalla figlia Kay Scott.

Sapevo di questa visita e interessato alla sua storia, apparteneva al 18 Reggimento Corazzato, trascorro più giorni con lui per rivedere i posti dove ha combattuto. Mi soffermo in particolare su Roccasecca, Caprile, le gole del Melfa. Qui mi racconta di aver incontrato i civili e di aver offerto loro del pane... è lo stesso racconto di Benedetto Malnati; li faccio incontrare proprio sul Ponte della Valle... sessant’anni dopo.
Ma ciò che interessa è il racconto che egli mi fa del percorso successivo; passa per la frazione "Fraioli" e mentre percorre la strada a ridosso di Rocca d’Arce, all’improvviso, di notte, incontra una cinquantina di civili. Dicono di essere abitanti di Arce che tornano al paese, sono guidati da un uomo che dice di essere il Sindaco; scendono da Monte Nero. Hanno degli stracci addosso, senza scarpe, con qualche masserizia sulle spalle; sembra un gruppo di disperati ma comunque sembrano felici.
Era la notte del 29 maggio 1944.


Integrazione Ottobre 2009

Obergefraiter Karl Schonauer

In un caldo pomeriggio di maggio 2009 ricevo la telefonata dell’amico Guido Vettese di Cassino che mi comunica di essere in compagnia di un reduce paracadutista tedesco che vuole andare a vedere Monte Grande. Ovviamente la mia risposta è positiva e poco dopo si presentano a casa. Obergefraiter Karl Schonauer, nato il 14 maggio 1924 ad Honenwart, in Baviera; la sua storia è simile a quella di tanti altri paracadutisti che hanno avuto la fortuna di sopravvivere alla guerra. La prima cosa che fa è di mostrarmi tutte le ferite che ha sul corpo, numerosi cicatrici, segni di tanti combattimenti; sono impressionato in quanto nessun arto è risparmiato da tale scempio.

Arruolatosi nella Luftwaffe nel 1941, riceve il battesimo del fuoco in Russia. Combatte qui sino alla metà del 1942. Molti i ricordi: l’impossibilità di servirsi delle armi che congelavano; le mine rudimentali ma terribili fatte dai russi con le scatolette vuote del lucido da scarpe; l’accensione delle sigarette con gli accenditori delle bombe ad uovo. Tornato dalla Russia viene dislocato nel sud della Francia per un periodo di riposo; dopo tre mesi la I Divisione Paracadutisti viene inviata in Sicilia; si lancia il 15 luglio 1943 vicino Catania. Da Febbraio e Maggio 1944 combatte a Cassino; inquadrato nella I Compagnia del I Reggimento, al comando del Maggiore Bohleim (Croce di Ferro per i combattimenti di quota 435 e Croce di Cavaliere per i combattimenti di Monte Grande) di cui diventa attendente da campo.
Dopo il bombardamento dell’Abbazia del 15 febbraio 1944 è tra i primi ad entrare passando sopra i detriti per una finestra posta a circa tre metri di altezza, non distante dalla Cella di San Benedetto; qui e nell’adiacente scalone dell’entrata, trovarono scampo numeri civili. Successivamente incontrò anche Fra Carlomanno Pelagalli, il quale ormai ottantenne, preferì non abbandonare l’Abbazia ma rimanere a vegliare la tomba di San Benedetto; a lui diede una coperta: il frate morì qualche giorno dopo, venendo provvisoriamente seppellito nel chiostro. Karl alloggiava nell’ultima grotta presente nel lato sinistro quando si sale per l’Abbazia, prima del bivio per il Cimitero Polacco, oggi chiusa. Quasi ogni notte scendeva, con altri paracadutisti, due volte a Cassino per portare viveri e munizioni ai difensori della città. Quando il 16 maggio arrivò l’ordine di ritirata, nessuno voleva crederci; il suo diretto superiore, che era rimasto ferito, lo incaricò di curare l’operazione di sganciamento perché egli conosceva bene la zona; cercò anche di disinnescare una riserva di bombe a mano accatastate in un ripostiglio vicino, ma una esplose, ferendolo alla testa e uccidendo un suo commilitone. Successivamente l’entrata della grotta crollò e, a suo dire, le bombe dovrebbero ancora trovarsi là.
Dopo lo sganciamento da Cassino, la sua unità si raggruppa vicino Arce, dove al Maggiore Bohleim viene assegnato il compito di predisporre una linea difensiva per ritardare l’avanzata alleata.

E’ lì che ci rechiamo, saliamo sul Monte Grande. I ricordi di Karl non sono lucidissimi, ricorda però la durezza dei combattimenti e la violenza del tiro di artiglieria alleato.
Dopo lo sganciamento da Arce, combatte sulla Gotica e preso prigioniero vicino Rimini: due soldati canadesi, nonostante l’opposizione di un soldato di colore, lo depredano di tutto: piastrina di riconoscimento, carte geografiche e topografiche, delle fotografie, due film girati a Cassino (!!!) dell’anello, della bussola e di tutte le onorificenze. Quindi prigionia negli Stati Uniti sino al 1946, quando ritorna a casa.
La sua tempra l’ha dimostrata anche dopo 65 anni, pensate che è arrivato insieme alla moglie, con un camper direttamente dalla Germania; a Roma ha perso gli occhiali necessari per guidare e nonostante ciò è arrivato sino a Cassino.
Ho appreso che gli altri reduci lo chiamano “il guerriero solitario” in quanto non fa parte di associazioni combattentistiche e viaggia sempre da solo.
Scopro in lui un approccio molto diverso alla guerra che ha vissuto: mi ricorda che il Cancelliere Adenauer, Primo grande ministro della Germania del dopoguerra, scriveva:

... e mi rallegro ancora oggi e sono molto felice di essermi comportato, in tempo di guerra, nei confronti di tutte le persone incontrate, con molta sensibilità. Pertanto non sono tormentato dai rimorsi che affliggono, purtroppo, molti di coloro che hanno partecipato alla guerra."

Karl sicuramente non ha rimorsi.

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Tratto da un articolo scritto dal sig. Guido Vettese e apparso sul numero di Agosto 2009 di Studi Cassinati.

Bibliografia

Nel caso in cui il testo derivi sempicemente dall'esposizione, con o senza traduzione, di documenti/memorie al solo fine di una migliore e più completa fruizione, la definizione Autore si leggerà A cura di.

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