I RICORDI DEL SERGENTE ROBERT FOUICH, VOLONTARIO AL BELVEDERE
Data: 12-12-2007Autore: STEFANO DI MEOCategorie: RicercheTag: #gennaio 1944, colle-belvedere, francia
Prefazione

Poter parlare coi veterani della battaglia di Cassino diventa sempre più difficile... .
In Francia, le associazioni create dai reduci del C.E.F.I. (Corpo di Spedizione Francese in Italia) chiudono l’una dopo l’altra e quest’episodio della storia cade nell’oblio e nell’indifferenza generale.
Facendo delle ricerche tramite Internet, ho avuto la fortuna di ritrovare il diario di guerra del signor Robert FOUICH che ha combattuto nella zona di Cassino nel 7° Reggimento di Tirailleurs Algerini. L’ho chiamato per telefono, mi ha parlato dei suoi ricordi... .
Finalmente mi ha mandato una lettera per lasciare una testimonianza di quello che ha vissuto a Cassino e ha accettato che sia tradotta in italiano per il sito "dalvolturnoacassino".

Ecco, dunque, la traduzione di questa lettera e di alcuni brani del suo diario di guerra scritto nel 1944.

Stefano di Meo

I RICORDI DEL SERGENTE ROBERT FOUICH, VOLONTARIO AL BELVEDERE

Lettera del sig. Robert Fouich

"E’ con una grande gioia che vi mando il riassunto dei miei ricordi di Guerra in Italia.
Prima di tutto, devo ricordare che il mio soggiorno in Italia fu abbastanza breve: dal primo gennaio al 12 febbraio 1944 (giorno del mio 23° compleanno).
Infatti, sono stato gravemente ferito a quella data. Ricordo che le perdite francesi sono state pesanti: 41.365 in sei mesi su un totale iniziale di 120.000 uomini.

Chiamato in Algeria nei "Chantiers de la Jeunesse Militaire" (cantieri militari per i giovani) subito dopo lo sbarco anglo-americano nel Nord Africa, sono stato mandato alla scuola degli Ufficiali di Riserva di Cherchell (Algeria) durante l’estate 1943. Nominato al grado di Sergente diplomato "Capo di Sezione", sono stato destinato al 7° "Régiment de Tirailleurs Algériens" (7° R.T.A.) a Sétif (Algeria) con la speranza di partecipare al più presto alla liberazione della Francia occupata. Dopo un breve soggiorno nelle rovine di Bizerte (Tunisia) e i bombardamenti tedeschi, abbiamo attraversato il mare Mediterraneo in mezzo alla tempesta e siamo sbarcati a Bagnoli, vicino a Napoli, il primo gennaio 1944.

Siamo stati accantonati successivamente a Succivo, Caivano e Venafro prima di raggiungere il Corpo di Spedizione Francese (C.E.F.) e la 10ª compagnia del 7° R.T.A. sul fronte, vicino ad Acquafondata.

Il C.E.F. era comandato dal Generale JUIN, la 3ª "Division d’Infanterie Algérienne" (3ª D.I.A., fanteria algerina) dal Generale DE MONSABERT e la 10ª compagnia del 7° R.T.A. da un semplice Sottotenente perché aveva subìto qualche giorno prima gravi perdite a Monna Casale e doveva essere rinforzata.

Il giorno successivo, il 23 gennaio 1944, siamo stati informati che gli americani erano appena sbarcati ad Anzio vicino a Roma.

Questa notizia fu accolta con entusiasmo perché il nostro morale era ottimo e speravamo in una vittoria decisiva vicina. In Algeria, la percentuale di mobilitazione era stata la più alta al mondo però i mobilitati erano motivati.
I nordafricani, spesso chiamati "indigeni", erano rappresantati in una proporzione nettamente inferiore però accettavano anche loro la mobilitazione.
Con loro i rapporti erano buoni. I quadri erano soprattutto francesi e gli "indigeni" dei semplici soldati che avevano fiducia nei capi. La mia giovane età non fu un ostacolo alla mia autorità accettata da tutti.
Non sono stato il testimone di esazioni da parte degli "indigeni" sulla popolazione italiana ma sapevo che quest’ultima aveva paura dei "neri" e dei "tabors marocchini", meno disciplinati rispetto alle truppe regolari.

Per quello che riguarda il monastero di Monte Cassino, non ne avevo sentito parlare prima della mia convalescenza.
Ci sono state tre battaglie di Cassino. La prima, alla quale ho partecipato, fu vittoriosa al Belvedere chiamato "la cima dell’eroismo" dal Colonnello LE GOYET, ma l’avvolgimento d’Atina non poté riuscire per la mancanza di riserve.
Dopo ci sono stati i bombardamenti del 15 febbraio e 15 marzo che distrussero il monastero.
La terza battaglia fu decisiva, durante la primavera al Garigliano: aprì la strada per Roma dove gli Alleati entrarono il 4 giugno 1944.

"Senza il C.E.F.", avrebbe dichiarato il Maresciallo KESSELRING prendendo congedo da Papa PIO XII, "gli alleati non avrebbero mai conquistato Cassino."

Dei ricordi?
Un branco di capre erranti catturate sul Belvedere da cavalieri marocchini ilari; le panetterie di campagna in piena attività a Venafro, dopo essere state nascoste alle comissioni d’armistizio a Casablanca e Costantina; i soldati americani ammirati al nostro ritorno da un’azione di pattuglia sul Marino; le infermiere americane confuse quando un soldato chiese una "pistola" (che non designava l’arma ma un orinatoio); la mia partenza per la Tunisia, poi l’ospedale di Blida (un battesimo dell’aria insolito!); la gentilezza e la competenza del mio infermiere e la disinvoltura dei marinai dell’ospedale francese di Sidi Abdallah.

Sono le campagne d’Italia e di Tunisia che hanno permesso di cancellare l’immagine pietosa della "débâcle", la sconfitta francese del 1940. Permisero anche che le città di Tende e La Brigue fossero unite alla regione francese delle Alpi Marittime.
Fu una vittoria che avrebbe dovuto essere sfruttata verso le Alpi e che avrebbe accelerato la sconfitta tedesca. E’ stata completamente dimenticata per motivi politici, perché ottenuta dall’Esercito Francese d’Africa con a capo il Generale JUIN, un "pied noir" (francese d’Algeria, ndr).
Fu lo stesso con l’ "Esercito di BABEL" finalmente vittorioso nel settembre del 1918, dopo i "Dardanelles" e "Salonique", nei Balcani, grazie al Generale FRANCHET d’ESPERAY, nativo di Mostaganem.

La storia è difficile da scivere. E’ stata spesso manipolata. Grazie di illustrarla nel modo più oggettivo possibile.

Cordiali saluti.

Robert FOUICH, Direttore Onorario delle Prefetture."


BRANI DEL DIARIO DI GUERRA DI ROBERT FOUICH

Giovedi 27 gennaio 1944

Il Marino

Alle 13.30, il Tenente PIAU mi chiama e mi da la mia prima missione pericolosa: una pattuglia. Dobbiamo stabilire il contatto con la Compagnia di Guardia del Quartiere Generale e far mandare il suo comandante dal nostro Capo di Battaglione. Questo è abbastanza facile. La seconda parte della missione è di fare una ricognizione verso la cima del Marino che vediamo da dove ci troviamo e che non sappiamo se è ancora occupata dai tedeschi. Se non è il caso, dobbiamo proseguire la stessa missione verso il paese di Caira.

Il Marino è una piccola collina verde, alle falde delle creste che formano sul lato sud ovest l’apertura della conca di Sant’ Elia.
Caira è un paese che si trova tra il Marino, al nord, e la muraglia formata dalle creste, al sud, sulle quali spicca l’Abbazia di Monte Cassino.
Esamino, col binocolo, il paese e le colline senza notare niente d’interessante. Prendo con me il Caporale TOUMI e i "Tirailleurs" MERABET, DENOUNE e GUEDOUCHE.
Dopo essermi sbarazzato dei miei documenti e di oggetti personali che affido a BENSEHILA, partiamo, guidati dal Sergente MOUSSAOUI che conosce già il posto dove si trova la Compagnia di Guardia ma che non sembra lieto all’idea di ritornarci: i tedeschi hanno evacuato il terreno ma i mortai non smettono di lanciarci i loro proiettili. Cominciamo a capire quanto sono micidiali questi maledetti ordigni!
Prima di tutto, costeggiamo le rive secche del Rapido, poi sotto i salici, arriviamo senza problema alla Compagnia di Guardia dove ci lascia MOUSSAOUI. E’ un Tenente che comanda la compagnia. Gli spiego quello che so della situazione e l’informo dell’invito del Capo di Battaglione.
Dopo, chiedo informazioni su tutto quello che mi pùo essere utile per la seconda parte della missione: secondo il Tenente, il Marino è ancora occupato. Una pattuglia ci è andata questa mattina e ha fatto fatica a tornare (parecchi feriti). Decido di andarci lo stesso. Mi metto d’accordo col Tenente: faro’ sparare delle pallottole traccianti se avro’ bisogno delle sue mitragliatrici per ripiegarmi. Per questo, mi dà una dozzina di cartucce che distribuisco tra i miei "tirailleurs" che hanno un fucile e partiamo.

L’andata si fa abbastanza in fretta. Il problema di non farsi vedere non esiste: tutte le creste sono occupate dal nemico e la pianura offre soltanto la copertura dei salici che costeggiano i numerosi ruscelli d’irrigazione per nasconderci. Procediamo lungo questi salici. Ovviamente, sono davanti a tutti. Gli altri seguono, ogni dieci metri. Cerco di orientarmi per il ritorno. Non è affatto facile. Due o tre volte, ci fermiamo e osserviamo il Marino. Nonostante la sua nudità è impossibile vedere qualcosa. Attraversiamo un "no man’s land" completamente deserto.

Presto siamo soltanto a qualche decina di metri dai piedi del Marino. Ne abbiamo percorso quasi un migliaio da quando siamo partiti dalla Compagnia di Guardia. Un cammino costeggia la base della collina. Sicuramente deve salire. Dobbiamo spingere sulla destra perché, a sinistra, un campo mi sembra sospetto e minato: ogni dieci metri c'è un albero segato a cinquanta centimetri o ad un metro d'altezza per agevolare l'osservazione e i tiri d'artiglieria. Forse anche per diventare un ostacolo anti-carro. Ai piedi del Marino, un reticolato di ferro spinato denso. Osservo per l'ultima volta. Ma ci si deve andare nonostante i rischi elevati per vedere qualcosa. M'infilo nel reticolato. TOUMI mi segue, sulla mia sinistra. Siamo impigliati nel filo spinato quando parte una raffica di mitra. Ci appiattiamo per terra. Per un attimo mi chiedo se non è stato il tiro di uno dei miei uomini. Ma una seconda raffica ci immobilizza. Sono i tedeschi. Dò il segnale per il ripiegamento. Molto bene eseguito... senza che io lo debba ripetere! Che piacere di essere cosi bene ubbidito! TOUMI ed io, invece di tornare indietro (siamo sempre bloccati nel reticolato), saltiamo verso il Marino, corriamo sulla sinistra, procediamo lungo il bosco con gli alberi abbattuti (questa volta, senza preoccuparci di eventuali mine...) e raggiungiamo le siepi di salici. Qui, una nuova raffica ben aggiustata ci butta nel rusciello. TOUMI fa un balzo, gli lascio prendere qualche metro di vantaggio e mi accingo a fare come lui. Ma ecco MERABET che, "soffiando come una foca", non c'e la fa più. Aspetto un attimo. Mi fa notare delle macchie di sangue. Qualcuno deve essere ferito! Alzo la testa ma una raffica di mitra me la fa abbassare. Dobbiamo seguire il rusciello ma questo diavolo di MERABET, asmatico, non ne puo' più. Ogni dieci passi lo devo aspettare con una certa impazienza. E' vero che non è comodo camminare qui. L'acqua rallenta i nostri movimenti e i piedi affondano nella melma. Siamo ingombrati dalle nostre armi e mi rendo conto che ho al polso il mio orologio, il bel orologio che ho comprato a Napoli! Dovrei riportarlo fermato in Algeria? Lo metto nella tasca, quella più protetta e sto attento a non bagnarlo.

All'inizio ero felice di quest'avventura e di questo bagno un po' costretto. Scherzavo con MERABET che non trovava quest'avventura divertente e si lamentava. Ma ora la storia comincia a diventare un pò lunga! Ogni volta che tento di salire sulla sponda, una raffica si fa sentire, facendoci capire che non siamo stati dimenticati. Ci sparano come a dei conigli! Inoltre l'acqua comincia a diventare fredda. Poco tempo fà, eravamo bagnati fino alle ginocchia; ora l'acqua accarezza ogni tanto le nostre natiche. I nostri mitra cominciano ad essere bagnati. Il rusciello è spesso troppo stretto e bisogna aprirsi il varco per passare. Altre volte un ponticello troppo basso ci costringe ad un balzo rapido sulla terraferma e, ogni volta, è l'inevitabile raffica di mitra... . Del resto comincio a litigare con MERABET perché mi fa perdere tempo: con qualche balzo sarei già lontano! Provo a divertirmi guardando gli oggetti trascinati dal ruscello: pale, scatole... . Mi stupisce di vedere, là dove gli americani non sono mai stati, delle scatole di razione "K". Inoltre c'è sempre la preoccupazione di orientarsi, spesso ci sono dei bivi, non tutti si allontanano dal Marino che sembra sempre ad un passo.

Ad un tratto un rumore d'erba violentemente calpestata e di passi, vicinissimo, sopra le nostre teste. Ci immobilizziamo e, per la prima volta, l'idea di essere fatto prigioniero mi fa venire i brividi.

Uff! E' DENOUNE che, ferito al braccio, smarrito per il dolore, cammina allo scoperto senza preoccuparsi del nemico e che finalmente cade un pò più lontano. Non vuole più andare avanti, vuole rimanere qua. Ne approfitto per abbandonare il ruscello e, costringendolo a camminare, faccio qualche salto, mi ritrovo su un cammino dove siamo passati all'andata. Non siamo più lontani dalla Compagnia di Guardia. Aspettiamo MERABET. Dopo un momento lo sento sguazzare. Tento di guidarlo con la mia voce, ma quel diavolo non risponde. Mi risponderà qualche istante dopo perché aveva creduto che eravamo tedeschi... . Dei tedeschi che lo avrebbero chiamato per nome! Finalmente riuscirà a cavarsela, è distante soltanto una cinquantina di metri. Con DENOUNE che non ha la forza di piegarsi e che riuscirebbe a camminare dappertutto, raggiungo la Compagnia di Guardia dove lo lascio perché sia curato.
Due americani chiedono allora ad un maresciallo come questi diavoli di francesi fanno per superare i ruscelli. Mostrandomi, il maresciallo ridendo gli risponde: dannati americani! Finalmente mi offrono una sigaretta che fumo con gioia; poi riparto per la Compagnia con le mie scarpe e i miei pantaloni bagnati.

Alla Compagnia cominciavano a preoccuparsi per me, i miei "Tirailleurs", MERABET compreso, essendo già tornati senza poter dire che fine avevo fatto. Il mio piantone KETFI, detto "l'anziano", non ce la faceva più dall'attesa. Andava e veniva molto preoccupato e facendolo sapere.

Subito, sono circondato e interrogato dai miei capi di gruppo, dal mio caporale SANS, dal mio favorito BENSEHILA e da KETFI, mio piantone... . Scappo via per fare il mio rendiconto ma il Tenente à andato al Battaglione e mi tocca ad andare a cambiarmi. KETFI ha già aperto il mio zaïno e ne estrae i panni di ricambio che, fortunatamente, ho sempre preparati: mutande, maglione, camicia, calzini. Piano, piano, con una cura tutta materna, mi fa indossare ogni indumento che ha previamente sbottonato. E’ commovente per come è premuroso e il contrasto mi fa pensare ai giovani "tirailleurs" che vedevo a Setif, in arrivo dei loro tuguri... . Che piacere cambiarsi perché cominciava a fare freddo... . Pero' non posso rimettermi i vestiti bagnati e BENSEHILA mi presta la sua giacca conservando soltanto i pantaloni. Poi mangio con appetito e bevo il cioccolato che KETFI ha già riscaldato; ma non ho ancora finito che il Tenente mi fa chiamare.
E` tornato dal Battaglione dove gli è stato chiesto di mandare una squadra di rinforzo perché la 9ª Compagnia, che combatte sulle creste, è in difficoltà. Designa la mia squadra, e quindi me. Sono un pò contrariato perché ero stanco, ma non faccio nessuna obiezione. Dò i miei ordini e chiedo a BOULALA di fare in modo che siano eseguiti. Vado a mettere i miei scarponi tutti bagnati perché per andare a trovare il Tenente, avevo preso quelli, troppo piccoli ma asciutti, di BENSEHILA. Mi do da fare per una mezz'ora. Finalmente è tutto pronto e, guidati da un agente di collegamento, andiamo al comando del Battaglione per ricevere gli ordini del comandante. All'incrocio del Fiume Rapido e del Rio Secco, sembra che ci sia uno sbarramento creato da un ponte distrutto. Vicino al comando, lascio i miei uomini e vado con l'agente di collegamento. In cammino, incontriamo il comandante al quale mi presento. Aveva dato un contrordine ma, evidentemente, non siamo stati avvisati. Nonostante tutto, mi porta al comando e chiede il parere del suo ufficiale aggiunto perché sembra essere indeciso. Il comando è sistemato in una casa con le porte chiuse bene, i soffiti alti, con lampade a petrolio e col camino accesi; il tavolo dove si siedono il comandante e i suoi aggiunti è apparecchiato, è un posto molto più simpatico di quello che occupiamo noi vicino al Rapido. Non ce la faccio più dalla stanchezza, ma non oso sedermi né chiedere una tazza di caffè, neanche un bicchiere di quella bottiglia di liquore che guardo con invidia sul tavolo... . Eppure mi avrebbero dato l'uno e l'altro! Non parlo della pattuglia del pomeriggio anche se sarebbe stato per me il modo di mettermi in mostra rispetto al comandante visto che era stato lui a chiederla.

Finalmente posso andarmene, il contrordine è confermato!

Al ritorno al ponte distrutto, trovo il modo di scivolare su una pietra e di bagnarmi il piede che si era asciugato nel frattempo. La nostra guida si sbaglia, è indecisa. Finalmente, torniamo all'accantonamento.

Il Tenente mi fa raccontare come è andata la pattuglia. Mi ringrazia e mi dice che, al momento giusto, avrà un pensiero per me. In quel momento, non ci ho fatto caso, ero soprattutto soddisfatto di essere esonerato dal turno di guardia e di poter andare a dormire. Eppure era per me un evento favorevole verso la nomina al grado di aspirante. Gli rispondo che sono stato felice di fare bene quello che mi era stato chiesto, ma che non saro’ volontario per le prossime eventuali missioni: però compierò queste missioni ogni volta nel migliore dei modi possibile. Il Tenente mi risponde che è normale e che si può capire quando uno si è reso conto del pericolo. Fortunatamente, si realizza il pericolo soltanto dopo.

Dopo di che, vado finalmente a dormire.

***

Sabato 29 gennaio 1944

Il "Ravin Gandoët"

La mattinata passa senza incidenti, sempre nell’attesa. In realtà non siamo più collegati al Battaglione ed è per questo che il Tenente, infastidito da questa situazione, mi manda a cercare verso mezzogiorno... mentre stavo per pranzare! Mi darà le poche informazioni che abbiamo sulla situazione e, soprattutto, di provocare i suoi ordini perché sembra che potremmo aver meglio da fare altrove. Col binocolo, il Tenente mi indica un posto dove si trova il Battaglione: vicino a delle case sulla montagna di fronte, cioè il Belvedere. Però la zona è tutt’altro che completamente rastrellata, dovrò fare attenzione, in particolare a quella faglia che sale lassù, al fianco della montagna. Saprò più tardi che era il "Ravin Gandoët".

Impartisco gli ordini per i preparativi ai due gruppi della mia squadra che porto con me: il gruppo di KHEHEF e quello di MAHDI. BOULALA, che volevo portare con me, se la svigna lamentandosi dei suoi piedi gelati. Mi delude, mi aspettavo meglio da parte sua. Nonostante tutto, lo lascio qua.

Dopo aver finito in fretta il mio pranzo, partiamo; io ovviamente davanti a tutti. All’inizio, camminiamo lungo il letto del Rapido, poi del Rio Secco che risaliamo avvicinandoci alla faglia che dovrò seguire. Ho già preso le disposizioni per il combattimento e mi sono fatto proteggere da due esploratori. Lungo il percorso procediamo con cautela, precauzioni che mi sembreranno un pò ridicole in seguito perché quel giorno non abbiamo incontrato nessuno, tranne qualche francese. Era comunque indispensabile, perché i tedeschi avevano lasciato numerosi tiratori isolati e attivi.

Il letto del fiume è pieno di oggetti abbandonati, soprattutto tedeschi ma anche americani: sembra che siano le maschere antigas ad essere d’ingombro!

Dobbiamo lasciare il letto del fiume e camminare allo scoperto in un posto della pianura dove le tracce di carri armati sono numerose. Faccio raddoppiare la vigilanza, facendo in modo di avere sempre un fucile mitragliatore pronto a far fuoco. Cammino vicino ad un cadavere orribile che mi ricorda certe illustrazioni della prima guerra mondiale. E’ un indigeno che è saltato su una mina. Le sue due gambe sono tagliate nette e i monconi sono ricoperti di sangue nero. Il corpo è sulla schiena in un atteggiamento di sofferenza. Il viso è orrendo, giallo e grigio, tutto secco, i tratti convulsi e contratti. Ho dato soltanto uno sguardo a questa cosa orribile ma mi è venuta la nausea e questi tratti resteranno per sempre nella mia memoria.

Dobbiamo fare la ricognizione di due case. Sono occupate da francesi. Ci vado. Si tratta della 6ª Compagnia. Chiedo informazioni sulla zona. Un Tenente mi conferma che è infestata da "boches" isolati (1). Ha appunto una sezione incaricata del rastrellamento e inoltre il terreno è minato: sei uomini della sua Compagnia sono saltati questa mattina su delle mine.

Infine arriviamo ai piedi di questa faglia che vedevamo già dal nostro punto di partenza. E’ profonda e assai larga, molto di più di quello che sembrava da laggiù. Al contrario di quello che mi aveva detto il Tenente, non faccio camminare ogni gruppo sullo stesso lato: preferisco tenerli tutti insieme sulla riva sinistra.

Consiglio ai miei uomini di camminare il più possibile nelle mie tracce. Io stesso cerco di scegliere il posto dove metto i piedi. La salita è molto difficile perché è molto ripida. Il terreno pietroso frana spesso. Siamo esauriti, ci dobbiamo fermare spesso. Non smettiamo di salire e siamo sempre cosi lontani dalla cima. Finalmente, sulla destra, vediamo i francesi. Ci andiamo. E’ il secondo Battaglione e il suo rinforzo: vedo NINU e gli altri. Lascio qui un gruppo e continuo la salita. Però sembra che io non abbia bisogno di essere protetto: mando il secondo gruppo a ritrovare il primo e resto soltanto con un agente di collegamento! Dopo aver spesso chiesto informazioni a dei "Tirailleurs", che sono numerosi qui, arrivo finalemente al Comando del Battaglione. Vedo il Comandante che mi dice: "Non siete più sotto il mio comando ma sotto quello del colonnello; rimanete dove siete...". Sembra che si disinteressi di noi. Dopo tutto, tanto meglio!!

Scendendo, trovo il Capitano GAUBILLOT che mi fa raccontare la mia piccola storia e mi fa ripetere le parole del Comandante. Più furbo e sapendo che non saremo mai in troppi qui, telefona al colonnello che, ovviamente, ci rimette sotto il comando del Capitano. Il Capitano scrive allora un ordine per il Tenente PIAU chiedendogli di raggiungerlo. Chiedo un agente di collegamento del Battaglione per essere più al sicuro e scendo di nuovo.

Strada facendo, riprendo i miei uomini. La discesa è quasi tanto faticosa quanto la salita e bisogna fare attenzione di non ricevere sassi sulla testa.

Parecchi carri francesi circolano nel letto del Rapido. Dopo un momento di risposo, di notte, ripartiamo, però questa volta in testa alla Compagnia, la guida davanti a me. Poco dopo, sulla sponda, vedo una mina dissotterrata. Faccio fermare tutti, vado a rendermi conto e vedo tutta una zona minata circondata da un nastro bianco. Ripartiamo faccendo una piccola svolta. La guida comincia già ad esitare. Dobbiamo fermarci spesso perché si ricordi della via. Ma ho piuttosto l’impressione che ci provi d’istinto. Io non lo posso aiutare perché questa volta, non passiamo dalla faglia ed è meglio cosi perché di notte sarebbe troppo difficile.

Siamo in mezzo ai frutteti quando un violentissimo tiro di "minen" (2) ci cade vicino. Disordine! Fermi... . Dopo un momento, decidiamo di andare via; rischiamo lo stesso camminando o stando fermi!

La nostra guida non vuole più andare avanti, come del resto gli uomini: il fatto di essere immobili da loro l’illusione di essere al sicuro. Finalmente, si sotterrerebbero volontieri la testa nel suolo! Fa buio e quando ripartiamo siamo in discesa in un recinto dove ci sono ceppi, cavità, gobbe, filo spinato nel quale urtiamo. Qualche decina di metri e la violenza dei tiri raddoppia. Gli uomini si buttano ai piedi di due case e io faccio altrettanto.

Dopo un istante, mi rendo conto che una parte della Compagnia non ci ha seguito. Cerco di fare ritornare la guida. Ha paura. Ci vado io stesso e, per evitare di perdermi, gli chiedo di guidarmi a voce. Il resto della Compagnia sta qui. Nuova attesa. Perdiamo tutti il nostro tempo qui e anche la testa, il Tenente compreso! Vuole che andiamo via a gruppetti. Ma non c’è che una guida sola!
A mio avviso è meglio partire tutti insieme per arrivare insieme. Quello che m’importa è soprattutto lasciare questo posto evidentemente bersagliato. Siamo vicino ad una strada abbastanza incassata, ci basta superarla ed arrivare nella montagna di fronte a noi: ci si potrà riparare meglio. Dopo parecchie esitazioni, ci decidiamo. Del resto ora i tiri sono meno numerosi.

Finalmente la montagna!

Cominciamo a scalarla seguendo un sentiero con curve. La guida esita ai bivi. La salita è massacrante. Dietro non seguono, soprattutto gli uomini che portano le armi e munizioni. Ci fermiamo spesso e ne sono lieto. Sono stanco e cammino come un sonnambulo. Il Tenente si è ora piazzato tra me e la guida. Mi chiede se la guida non si è sbagliata e se non sarebbe stato meglio seguire il mio itinerario, quello del pomeriggio. Gli rispondo che non penso, che la direzione mi sembra buona: anche se è più lungo ci conviene perché è meno duro.

Finalmente passiamo davanti ad una piccola casa che riconosco e che deve essere il comando del 2° Battaglione. Non siamo più così lontani.

Dobbiamo però lasciar passare una lunga fila di muli robusti, guidati da italiani e caricati di viveri e munizioni. I muli sono stupendi: quando sono stati scaricati, scendono il sentiero pietroso ed irregolare al trotto e gli uomini che li guidano si reggono alla loro coda per non cadere.
Riposiamo per un bel pò perché la fila era composta da circa 200 muli.

Finalmente, ripartiamo.

Presto arriviamo: sono le due e mezzo! Non facciamo lunghi preparativi per dormire, ci accontentiamo di appoggiarsi contro la roccia. KETFI fa il letto e buonasera!

***

Domenica 30 gennaio 1944

Il Belvedere

Al mattino, sveglia strepitosa! Pesanti tiri d'artiglieria e minen tedeschi. Siamo vicino a quella faglia di cui ho già parlato che sale dalla pianura di Sant'Elia al Belvedere ed è proprio qui che sembrano concentrarsi i tiri. Nel corso della giornata ci saranno altri tiri, tutti con la stessa potenza. Ogni tanto, vedremo, all'inizio del tiro, una piccola nuvola rosa che si disperderà sopra questo posto: è una granata di aggiustamento che indica l'inizio di una serie.

Qui non è facile costruirsi un riparo, la roccia è fatta a blocchi e ci accontentiamo di ripari naturali, a volte stretti e scomodi che chiudiamo con i nostri zaini.

Ieri KETFI si è arrangiato per recuperare una cassa di razioni "K" che gli Italiani, nella fretta, avevano lasciato per via. Apre tutte le scatole, ne estrae le leccornie, le sigarette e il formaggio. Con i biscotti e il resto, fa il generoso. Noi: SANS, BENSEHILA ed io, rosicchieremo tutta la giornata. Ieri KETFI ha anche fregato una borraccia riempita a metà d'acqua (doveva essere caricato come un asino!). All'inizio ci siamo dissetati ma questo furto ci porta sfortuna: la borraccia riceverà una piccola scheggia che la perforerà e dovremo distribuire l'acqua rimanente.

La nostra missione è di conservare le creste conquistate dalle unità che si trovano davanti a noi. Non è una missione molto gloriosa, i minen piovono.

Spesso degli americani passano o sostano vicino a noi. Sembrano "nella merda" ed è veramente la parola che conviene. Ah! Non sembrano cosi a loro agio come nelle vie delle grandi città. Si lamentano delle pendici troppo ripide (vorrebbero che sia inventata una jeep ancora più anfibia?) e del materiale troppo pesante. Continuano la loro masticazione ma mi fa piacere vederli rasati male come noi e sporchi. Non hanno più la stessa divisa della nostra. Non hanno più il cappotto ma una giacca più calda e una tuta intonata più adeguate.

Alle 13.00 il Tenente PIAU (che il 26 era stato ferito all'avambraccio da una piccola scheggia e la cui ferita rischia di aggravarsi se non viene curata subito) viene evacuato. E' l'ordine del medico che consente di partire. Nel suo intimo questa decisione non gli dà troppo fastidio: professore d'educazione fisica nella vita civile, non vuole rischiare di perdere il braccio... ed il suo mestiere (infine, rimarrà nell'esercito, subirà un intervento chirurgico per neutralizzare un inizio di cancrena, parteciperà all'offensiva del Garigliano, alla Campagna di Francia, farà due soggiorni di tre anni in Indocina, due soggiorni in Algeria e finirà la sua carriera col grado di Tenente Colonnello).
Ci dice, partendo, che farà di tutto per tornare al più presto. Mi ripete che mi ringrazia. Il Sergente Maggiore AUER prende il comando della compagnia.

La mia sezione si è ridotta. Siamo rimasti in 24 e parecchi si dicono sofferenti e vogliono essere evacuati. Cerco di farli aspettare il più possibile. Intanto rimaneggio la mia sezione. E' difficile sostituire un tiratore oppure un ricaricatore per mancanza di persone competenti. E' abbastanza incredibile perché, in realtà, non è difficile portare casse di caricatori e introdurli nel fucile mitragliatore ma è vero che nei depositi hanno un modo di concepire l'istruzione che causa questa situazione pietosa.

Il 25, lasciando il posto dove eravamo a riposo (!!), ho dovuto lasciare un malato. Il 26, ho avuto un morto, due feriti, un disperso (il sergente BITATTACHE). Il 27, un ferito. Il 28, un malato evacuato (il caporale TOUMI che ci raggiungerà più tardi). Il 29, un disperso (NABET che si è perso di notte). Eravamo in 32 quando sono arrivato. Siamo 8 di meno e, questa sera, dovrò lasciar andare via il mio aggiunto, il sergente BOULALA, i cui piedi sono veramente gonfi.

Alle 14.00, ci viene dato l'ordine di raggruppare i nostri zaini in un posto, ogni sezione il suo, di lasciare i nostri cappotti e di vestire i giubbotti e prendere con noi le cartucciere: sono i preparativi per un attacco. Infatti, la colonna di BENSEHILA è già salita all'assalto di quota 915; i feriti cominciano ad affluire al posto di soccorso del Battaglione, sistemato all'aria aperta, sul sentiero che scende, a una ventina di metri da noi. TRIBI è stato ferito alla testa. BENSAKRI, MATTEN sono stati uccisi. Erano dei sottufficiali del "rinforzo" arrivati con me al Battaglione.

I prigionieri sono anche loro numerosi. Non sono cosi giovani né stanchi come si dice... . Degli "indigeni" li insultano. Se fossero soltanto loro non ci sarebbero prigionieri... . Degli Americani gli mostrano il pugno e questo per loro è una novità: è che hanno visto il fuoco da vicino!

Ad un tratto sulla cresta vicina, dall'altra parte del solco, a circa 400 metri, si vedono uomini che retrocedono in fretta e in disordine. E' la 11ª Compagnia respinta da un violentissimo contrattacco e un bombardamento di minen. Il piccolo BENSEHILA non stà più nella pelle. Non riesco né a rassicurarlo né a trattenerlo. E' convinto che suo fratello è stato ucciso (povero BENSEHILA! Non sapeva allora che suo fratello sarebbe stato presto evacuato verso l'Africa del Nord per i piedi gelati e che sarebbe stato lui ad essere ucciso!). Scendo subito per avere notizie. Il Sergente Maggiore SANTOU, del "rinforzo" è tutto sudato. Tocca a lui assumere il comando della Compagnia i cui ufficiali sono caduti. Sta cercando il capo di Battaglione per annunciargli le notizie. Ha visto BENSEHILA sano e salvo. Torno sulla nostra roccia dove il Caporale BENSEHILA è tornato, dispiaciuto di non aver visto suo fratello: le mie affermazioni lo lasciano scettico! Dopo un momento vedo il mio compagno di Cherchell. Lo chiamiamo e viene presto da noi. E' completamente sconvolto. Un pò stravolto, scoraggiato, gli occhi spalancati, incavati nel suo viso sporco e giallo, parla a scatti mentre tentiamo di confortarlo e gli diamo da bere.

Alle 16.00, il Sergente Maggiore AUER non è ancora tornato. RAU e STONE mi dicono che è andato al comando del Battaglione, due o tre ore fa, e che cominciano a preoccuparsi. Vado a cercare informazioni. Il Capitano GAUBILLOT mi dice che è stato colpito da una granata alla gamba e che è morto quasi sul colpo. Prosegue dicendomi che mi da il comando della Compagnia. Gli rispondo che non sono né il più anziano né il più graduato. Mantiene la sua decisione (restano tre sergenti francesi che erano presenti alla Compagnia prima di me, un Maresciallo e due Capi indigeni). Sono stupito e, a dire la verità, un pò preoccupato. La responsabilità è grande e improvvisa. Questo sentimento sparirà presto.

Il Capitano mi presenta a un Tenente che mi deve spiegare la nostra missione e il posto dove devo sistemare la Compagnia. E' durante la ricognizione di questo posto che il Sergente Maggiore AUER è stato colpito.

La nostra missione principale è di proteggere un eventuale ripiegamento della 9ª Compagnia isolata sulla cima di quota 700. Se dovesse succedere, la difficoltà sarebbe quella di individuare con certezza il momento in cui tutti gli uomini della 9ª Compagnia siano passati per poi dare l'ordine di sparare sui tedeschi che li inseguono e fermarli. La missione secondaria è di mantenere la nostra posizione la cui perdita avrebbe come conseguenza di tagliare il legame tra la 9ª Compagnia da una parte e il Battaglione e il rifornimento dall'altra.

Il Tenente mi trasmette le indicazioni del Capo di Battaglione e se ne va. Torno alla Compagnia, chiamo i graduati e annuncio che il Sergente Maggiore AUER è stato ferito (nascondo la sua morte). Questa nuova perdita, mentre quella del Tenente è cosi ravvicinata, causa un certo smarrimento ma faccio in modo di non fare crescere questo sentimento. Annuncio che prendo il comando e, senza aspettare, impartisco i miei ordini. Nessuno, come temevo, sembra sorpreso da questa scelta, dal mio attegiamento; cerco di far vedere che trovo normale questa situazione. Chiedo a tutti di prendere gli zaini e i cappotti e di prepararsi alla partenza. Porto i Capi Sezione con me sul posto dove ci dobbiamo sistemare e affido a ciascuno la sua missione. La terza sezione si trova dove sbocca il cammino di ripiego. E' la sezione del Sergente Maggiore CHABIA. Ho a disposizione, per rinforzarla, un gruppo di mitragliatrici pesanti. E’ questo gruppo che avrà la parte più importante del lavoro. Sistemo la seconda sezione, quella di FRAGA, anche lui Sergente Maggiore, sulla cresta, vicino ad una casetta e a fasci di paglia. E' questa sezione che ci deve proteggere da un’infiltrazione sul nostro fianco destro. Il nostro fianco sinistro è protetto dai resti della 11ª Compagnia (una trentina di uomini recuperati da SANTOU), schierati a metà pendice. Conservo la mia SME e la prima sezione in riserva. Sistemo il mio comando un pò indietro ma al centro del dispositivo.

Poco a poco tutto s'organizza. Verifico nel dettaglio l'organizzazione delle squadre, le postazioni dei fucili mitragliatori e delle mitragliatrici pesanti. Organizzo i turni di guardia, faccio con gli agenti di collegamento la ricogizione delle posizioni delle sezioni, del mio comando, del comando del Battaglione, faccio distribuire dal Maresciallo indigeno munizioni supplementari, in particolare delle granate a mano, e il rifornimento. Un branco di pecore e di capre abbandonate passa in mezzo a noi. Gli indigeni tentano di catturarle davanti ad americani divertiti.

Di notte, tra le 19.00 e le 20.00, sono chiamato al Battaglione. C'è il Capo di Battaglione, il Capitano, il Maresciallo Maggiore SANTOU che comanda la 11ª Compagnia. Presto arriva il Maresciallo Maggiore BINART, che il Comandante mi presenta e che prende il comando della Compagnia, ciò che è per me un sollievo (tanto più che il Capitano GAUDILLOT mi descriveva la situazione in modo pessimista e mi faceva temere parecchie sorprese).

Di nuovo, con il Maresciallo Maggiore, controllo lo schieramento spiegandogli la nostra missione e le scelte che ho fatto. Vicino alla piccola casa, che il Capo di Battaglione voleva trasformare in una fortificazione (sembrava volerlo a tutti costi), il Maresciallo Maggiore mi fa vedere un mucchio nero: il Sergente Maggiore AUER, soltanto ricoperto da una coperta, che passerà, poverino, tutta la notte da solo, all'aria aperta. Il nostro nuovo Comandante di Compagnia si trovava vicinissimo e gli ha subito messo un laccio emostatico ma è morto rapidamente.

Il Maresciallo Maggiore si sistema in un riparo già costruito, molto vicino al mio comando, che KETFI ha costruito troppo stretto e dove dovrò rannichiarmi.

***

Lunedi 31 gennaio 1944

Quota 720

Dopo una notte calma e qualche tazza di cioccolata bevuta tranquillamente, verso le 09.00, ci avviamo verso la quota 720. Ovviamente la mia sezione sta davanti a tutti... . Durante la prima parte del percorso non c'è niente da segnalare, tranne che le salite sono difficili e che fa caldo. Giunti sotto la cresta schiero la mia sezione (fino a quel momento, camminavamo in colonna per uno). Mando un gruppo a sinistra e un gruppo a destra per la ricognizione di due piccole case. Come previsto la via è libera. La cresta è spazzata dai tiri di mitragliatrici. Il mio Caporale è ferito da due pallotole.

Finalemente siamo sulla cima. Troviamo la cresta occupata da una compagnia americana. Facciamo come se non ci fosse nessuno e schiero i miei tre fucili mitragliatori sulle roccie della linea di cresta dietro la quale ci sono delle terre coltivate fatte a terrazze con muretti. Chiacchiero con un americano di origine francese (della Luisiana) capelli molto scuri e non molto simpatico. Mi dice che le loro perdite sono state pesanti, che hanno ricevuto, in cinque rinforzi consecutivi, uomini poco addestrati. La loro compagnia è comandata da un sottotenente. La maggior parte degli americani è sdraiata nei ripari di pietra e non esce quasi mai... .

Ancora una volta dobbiamo costruire il nostro riparo con pietre. Comincia a diventare faticoso anche se è KETFI che fà il grosso del lavoro.

Verso le 17.00 gli americani partono per attaccare una cresta vicina con i francesi del 1° Battaglione. Dal mio osservatorio vedo che si fanno sparare da dietro. Corro pensando che è dalla nostra cresta che le mitragliatrici americane sparano. Che confusione! Le questioni di collegamento e di tattica della scuola di Cherchell come sembrano stupide qui!

Alle 18.30 ci arriva un messaggio dal Battaglione. I francesi del 1° Battaglione hanno appena subito un violento contrattacco. Dobbiamo raddoppiare la vigilanza.

Altri americani rimpiazzano quelli che erano andati via. Il Maresciallo Maggiore si era sistemato con il suo posto di comando in una casamatta tedesca abbandonata dai precedenti americani. Ma i loro sostituti non la pensano cosi e lo spazzano via! Amicizia franco-americana!

Violentissimo tiro di minen sulla nostra cresta. Tra i nostri uomini di comandata per l’acqua, è stato ferito SNP EMBAREK, della mia sezione, un nero molto rozzo che mi aveva seguito "senza esitazione né protesta" durante il bombardamento del 26. Sulla sua barella piange e si lamenta, cerco di confortarlo e lo saluto.

Notte abbastanza calma, dormo assai bene perché le numerose coperte e teli di tenda di KETFI sono sufficienti contro il freddo. Contro il rumore, e anche per avere l’impressione di essere al sicuro, metto il mio cappotto sulla testa senza togliere il casco (!).

***

Mercoledi 2 febbraio 1944

Il Capitano GAUBILLOT, una canna alla mano, viene a trovarci. Non si preoccupa di camuffarsi, cercando cosi di dimostrare a tutti il suo coraggio. Ma gli uomini dicono che non abbiamo bisogno di lui per fare scoprire la nostra posizione.

Mi incarica di lanciare una pattuglia, per la ricognizione di case situate davanti alla nostra postazione, sulla cima successiva. Ci mando LAOUATI, che questa scelta non incanta, con qualche uomo.

Dall'alto della cresta, vicino al posto di comunicazioni dell'artigliere di collegamento, seguiamo l'operazione col binocolo. Siamo, il famoso Comandante PICHON del 1° Battaglione, il Capitano GAUBILLOT ed io. Presto vediamo gli uomini della pattuglia che sboccano con cautela. LAOUATI li comanda a gesti. Avanzano, l'uno dopo l'altro, con piccoli balzi, lungo il sentiero e si nascondono dopo qualche metro. Il Comandante dice che la pattuglia, più che l'attacco, è un modo ottimo per addestrare il soldato. Il Capitano approva la manovra. Sono un pò sorpreso di vedere che il Comandante e il Capitano considerano la pattuglia a sangue freddo come se fosse un esercizio senza pericolo. E’ vero che, visto i loro gradi, sono ora esonerati da queste piccole operazioni. Il loro interesse è limitato ma sono pericolose. Io vedo le cose come colui che partecipa alle pattuglie, loro le vedono come quelli che guardano quelli che vanno in pattuglia.

I "pezzi grossi" se ne vanno dopo che il Capitano mi ha chiesto di seguire l'operazione e di fargli un rendiconto.

Poco a poco la cosa diventa interessante. L'esploratore ha visto qualcosa e, precipitandosi, si ripiega con i suoi commilitoni. Si parla, si esita... . La pattuglia perquisisce una piccola casa. Niente. Riparte e vedo HADJADJ che, senza preoccuparsi, lascia andare via la pattuglia e va a fare i bisogni dietro la casa!

Nuove case da ispezionare. Le precauzioni raddoppiano. La pattuglia sparisce dietro una casa. Ad un tratto, si sentono delle grida e riappare con un prigioniero... un teutone che si nascondeva. Presto, su un mulo errante, gli uomini della pattuglia issano un'altro teutone, un ferito, ed è il ritorno di questo strano equipaggio.

Faccio il mio rendiconto per telefono al Capitano GAUBILLOT.

(fine del racconto compilato nel 1944 e inizio della semplice ritrascrizione del diario scritto alla matita)

Alle 12.00, con due sezioni e un gruppo di mitragliatrici leggere, mi schiero su una cresta in avanti. Ci trovo gli americani. Il Tenente che doveva inizialmente restare su quota 720 ci raggiunge. Grosso bombardamento. Pallotole.

Il bombardamento diventa sempre più intenso. Le granate cadono vicino a me. Nella mia buca, un morto, due feriti ed io, superstite. Ritrovo il posto dove avevo lasciato la mia roba e il mitra: sono polverizzati. Cerco per un bel pò l'astuccio del binocolo. Il mio cappotto è steso per terra, a qualche metro, ricoperto di rottami.

Il Tenente mi sceglie per andare, con la prima sezione, ad occupare la cresta ancora più avanti! Ci siamo sbagliati di obiettivo. Però sulle creste più alte (quote 831-915), a destra e a sinistra, i tedeschi si installano di nuovo o si aggrappano. Dopo aver fatto delle riserve perché la notte scende, mi avvio con i miei tre gruppi ognuno composto di qualche uomo. Io cammino lentamente. La base avanzata (3). Niente. Arrivo sulla cima dove dispongo di dieci uomini. Siccome è piatta, per occuparla, sono obbligato a schierare ad intervalli le sentinelle e le armi. Ognuno è distante dall'altro da 20 o 30 metri. Cerco di scendere sulla destra verso il gruppo del Maresciallo TOUMI per farlo stringere e raggruppare il dispositivo. Ma ogni volta i proiettili fischiano sopra le nostre teste, provvenienti però dal posto dove si dovrebbe trovare questo gruppo. In quel momento arriva il Tenente con quello che rimane della Compagnia meno una sezione. Mentre sale fischiano di nuovo i proiettili. Si ferma e tutti gli altri fanno altrettanto, con l'affardellamento addosso. Rimango a lungo vicino a lui. Non sa cosa decidere. Di origine alsaziana, con un fratello mobilitato dall’esercito tedesco e l’ossessione di ritrovarselo di fronte, col nemico, in combattimento.... . Io inclino per il ripiegamento. Ma i teutoni circondano la groppa dove i miei uomini si sono più o meno ritirati, il loro morale è basso. Dobbiamo scendere sotto il fuoco del fucile mitragliatore. Riparati da un muro, rischiamo molto di ricevere granate a mano! Il Tenente esita a lungo. Allora la nostra mitragliatrice leggera comincia a sparare incitando così il Tenente al ripiegamento. Si fà più o meno in disordine.

Era l'unica soluzione. Ci eravamo trovati soltanto davanti ad una pattuglia. Però non eravamo abbastanza numerosi ed eravamo deboli essendo giù di morale.

Operazione pietosa!

In due occasioni, ho provato a tirare: una volta con il mitra di sostituzione, una volta con un fucile mitragliatore, invano!

I caricatori erano vuoti!

Torno a terra, giù di forma. Quasi quasi piango quando so che lasciamo almeno un morto e tre feriti nell'azione. Ho una sete terribile e niente da bere. Non ho più energia. Trovo la mia buca e mi ci ficco.

***

Giovedi 3 febbraio 1944

Gli americani attaccano quota 831 e i francesi quota 915. Minen, proiettili di ogni genere.

Ci giunge l'ordine di raggiungere la Compagnia per attaccare il picco da dove siamo dovuti ritirarci ieri. Nonostante il mio entusiasmo limitato, eseguo l'ordine. Parto in testa alla seconda sezione (Sergente CARBONI e sei uomini). Il tenente è in testa alla prima, alla mia destra (Sergente KHELLEF e 8 o 9 uomini). Poco entusiasmo da parte degli uomini che si nascondono e non vogliono più muoversi appena iniziano i tiri. Il Tenente è andato sulla destra. Corro all'impiedi, tentando di incitare gli uomini che piano piano, si lasciano convincere… Nel momento in cui arrivo sulla cresta, pallotole che arrivano da dietro, sulla mia destra, mi falciano. Rimango circa due lunghe ore, da solo, dalle 10.00 alle 12.00, sulla schiena, sotto le raffiche provvenienti da davanti e da dietro e le granate (polvere e schegge!).

Scrivo, in quel momento: "ferito nella natica e alla gamba destra. Non posso più muovere la gamba destra. Sono sotto il fuoco. Se muoio, avrò guadagnato i galloni di Aspirante. Penso ai miei genitori. Che non siano troppo afflitti. Li abbraccio."

Pensavo allora che stavo per morire ed ho pregato ad alta voce benché non avessi più praticato da parecchi anni. Ogni tanto, ho chiamato rischiando pure di essere raccolto dai tedeschi.

CARBONI e HADJADJ vengono a prendermi. Mi mettono in una coperta senza farsi sparare. Urlo perché la mia gamba mi fà troppo male. Mi trascinano giù, vanno a prendere una barella e mi trasportano al comando del Battaglione. Là il Maresciallo Medico mi dice che c'è soltanto una pallotola: frattura. Mi allacia delle tavolette. Dei portaferiti mi portano per sentieri. Numerose soste... . Alla prima sosta, incontro SAICHI, Maresciallo Medico e CONTAMIN che, non avendo carri armati da combattere, fa da portaferiti. Verso il fiume della pianura di Sant’Elia, il passaggio è molto colpito e bombardato. I portaferiti si affrettano (tre muli e dei feriti uccisi sul posto). Siamo messi al riparo dalle schegge in una piccola casa e poi siamo trasportati nel letto del fiume a secco. Aspettiamo a lungo. Dei "Dodges" ci portano e poi delle ambulanze. Allo smistamento ci danno da bere, del cioccolato ed una tartina con marmellata. Poi ci avviamo verso Venafro, al Monastero! Là subisco un intervento chirurgico nella notte e sono ingessato (Dottore MOLANDRE di BONE).

La domenica 6 febbraio, Robert FOUICH sarà portato a Bagnoli in un ospedale militare americano poi, il 12, giorno del suo 23° compleanno, all’ospedale Sidi Abdallah di Bizerte in Tunisia.
Il 14 viene portato all’ospedale Louis Vaillard di Tunis dove si rendono conto che la frattura si è rimessa male e dove bisogna ingessare di nuovo.
La domenica 27, rivedrà finalmente i genitori al suo arrivo a Blida in Algeria.
Il 2 novembre 1944, una commissione militare di esperti pronuncia la riforma definitiva. Robert FOUICH ha una gamba più corta di 4 o 5 centimetri.
Il 20 novembre 1944, Robert FOUICH otterrà la Croce di Guerra con palme e nel 1950 la Medaglia Militare.

Vive oggi in Francia a Nizza.

Note

  1. boches è un vocabolo spregiativo, utilizzato per riferirsi ai tedeschi in genere;
  2. per i francesi le minen sono i razzi del Nebelwerfer tedesco;
  3. il sig. FOUICH spiega che una sezione era composta da tre gruppi. Si camminava con due gruppi davanti e uno dietro oppure al contrario, come a costituire un triangolo. Cosi, quando la base era davanti, significava che c'erano due gruppi davanti e uno dietro.

Prefazione e traduzione a cura di Stefano di Meo.

Correzione bozza a cura di Alberto Turinetti di Priero e Valentino Rossetti.

Nel caso in cui il testo derivi sempicemente dall'esposizione, con o senza traduzione, di documenti/memorie al solo fine di una migliore e più completa fruizione, la definizione Autore si leggerà A cura di.

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