COLLE ABATE QUOTA 915 - LA TESTIMONIANZA DI KARL GRUNER
Data: 24/03/2008Autore: KARL GRUNERCategorie: Testimonianze, I luoghiTag: #gennaio 1944, artiglieria, colle-abate, germania

COLLE ABATE QUOTA 915 - LA TESTIMONIANZA DI KARL GRUNER

Premessa di Roberto Molle

Mentre pensavo di proporre ai lettori del sito la testimonianza di Karl Gruner, mi sono ricordato di un indimenticabile incontro che feci a Cassino nel maggio del 2001 e di cui ora vi rendo partecipi.

Siamo appunto nel maggio del 2001, mentre cammino per una via di Cassino una persona attira la mia attenzione: è anziana, con i capelli bianchi, indossa una camicia pesante a quadri, calzoni di velluto alla zuava, scarponi da montagna e porta uno zaino tirolese; sta mostrando delle fotografie in bianco e nero, ma sono della guerra!
Mi avvicino, mi presento, anche lui lo fa: maggiore Otto Hollenz, 44ª Divisione "Hoch und Deutschmeister".

Un incontro incredibile, uno dei combattenti di Colle Abate.

Mi mostra delle fotografie incredibili, da lui scattate durante la guerra; ritraggono i combattimenti sul Colle Abate, furono eseguite con una macchina fotografica "Laika" che ancora egli custodisce gelosamente. Subito mi viene spontaneo chiedergli come mai non gliela presero quando venne fatto prigioniero, mi spiega che la nascose nel cavallo dei pantaloni.

Qualche giorno dopo, il 18 maggio 2001, ci ritroviamo alla cerimonia di Colle Abate; sono presenti anche diversi altri reduci tedeschi e molti abitanti del comune di Terelle, alcuni di essi testimoni diretti degli eventi della guerra. Ci incamminiamo per il sentiero che porta in vetta, si trovano facilmente schegge e altri reperti di guerra; di fianco al sentiero corre un lungo tratto di filo spinato tedesco, ancora li come a monito per chi volesse prendere quella quota.

Giunti in vetta Otto Hollenz, che condusse l’ultimo e decisivo contrattacco tedesco, comincia a raccontare quanto accadde nel gennaio 1944; descrive minuziosamente tutto l’attacco:

Franz con la mitragliatrice stava dietro quella roccia... dissi ad Hans di non uscire allo scoperto, ma venne colpito..."

il racconto si interrompe più volte... l’emozione è forte.
Otto Hollenz si allontana da solo, con il volto rigato dalle lacrime... rispettiamo questo momento di commozione.

La sera ci ritroviamo presso un hotel in Sant'Elia Fiumerapido; dopo cena il racconto continua davanti a grossi boccali di birra. Il maggiore Hollenz autograferà, in seguito, la mia copia del libro di Rudolf Bohmler "Montecassino".

Nel 2004 avrebbe dovuto tornare a Cassino in occasione del 60° anniversario della Battaglia, ma una grave malattia della moglie glielo impedì. Due anni fa la notizia della sua scomparsa; purtroppo insieme all’uomo è andata perduta anche un’importante fonte di informazioni.
Di lui serbo il ricordo di una persona piena di compostezza, serenità, dignità e semplicità unite contemporaneamente ad una grande disponibilità e simpatia. Doti queste che spesso ho trovato, tutte insieme, solo nei Veterani.

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Nota del webmaster
Leggendo il racconto così come mi è stato trasmesso prima della pubblicazione ed eseguendo dei riscontri su date e nomi, mi sono accorto di alcune piccole incongruenze e/o imprecisioni che al fine di non ingenerare confusione ho ritenuto di correggere.
Ecco ad esempio che "4° Reggimento Artiglieria 96" diventa "96. Artillerieregiment, II. Abteilung, 4. Batterie", oppure che il "capitano Hager" e il "capitano Heger" sono in questo racconto la stessa persona.

Il racconto di Karl Gruner

Questa interessante testimonianza in merito ai combattimenti che si svolsero su Colle Abate, appartiene a Karl Gruner, ufficiale del 96. Artillerieregiment, II. Abteilung, 4. Batterie.
Il racconto fu pubblicato su un libricino a cura del sig. Ernesto Ciccone di Terelle nel luglio 2001.

Una testimonianza particolareggiata e suggestiva che va a integrare i racconti e gli articoli già presenti su questo sito e che trattano di questa fase della battaglia di Cassino.

Il racconto inizia con il viaggio che Karl Gruner fece nel 1987 sui luoghi della battaglia.

Già da tempo desideravo rivedere Colle Abate ed il villaggio di Terelle, nei pressi di Montecassino, tornando dopo tanti anni nella zona in cui ci trovammo a combattere con il 96° Reggimento di Artiglieria, nel Gennaio – Febbraio 1944.
Dopo 43 anni finalmente potei realizzare il mio desiderio. Insieme con un amico, un Generale di divisione italiano in pensione, ero partito di buon mattino da Roma, il 9 aprile del 1987. Io stesso sono ora un pensionato 68enne ed ero a suo tempo comandante di batteria sul fronte Cassino.
Avevo conosciuto Alfredo in occasione di una riunione della NATO ed egli era già stato mio ospite a Monaco, per cui ricambiavo ora la visita in Italia. Iniziammo il viaggio sulla circonvallazione, procedendo per l’autostrada in direzione di Napoli. Per strada c’imbattemmo in un piccolo ingorgo, le vetture avanzavano a fatica attraverso una rete stradale troppo stretta. Il generale mi fa comprendere che oggi la situazione non è poi tanto male. Nei fine settimana succede molto spesso di rimanere bloccati. Pigia sull’acceleratore e fa scattare la sua vecchia Opel raggiungendo i 140 Km/orari e ciò nonostante 10 rispettabili anni di età che ha sulla groppa la nostra vettura. Passammo per zone di campagna dove pascolavano solitarie alcune mucche e greggi di pecore, lungo distese di prati e di campi coltivati, qua e là si stagliavano all’orizzonte isolati complessi industriali, a poca distanza dell’autostrada si scorgevano le ridenti colline intorno a Frascati, ricche di vigneti. Passammo accanto a Montecassino con in alto l’Abbazia illuminata dal primo sole del mattino. Passammo per Caira e quindi salimmo per 1 Km verso Terelle, sbuffando lungo erte serpentine.
Alfredo mi disse ridendo che gli sembrava di dover superare ancora una volta il suo esame di guida. Poco prima del villaggio lo pregai di sostare. Desideravo percorrere da solo l’ultimo tratto, solo con i miei pensieri.

Che notte fu quella trascorsa tra il 29 ed il 30 gennaio 1944!
Mi trovavo allora in marcia con i miei uomini, con i muli, con i nostri pezzi d’artiglieria (Skoda da 7,5 cm) e con gli animali da soma che trasportavano munizioni ed equipaggiamenti. L’ufficiale Gruber si era poco prima slogato un piede sul terreno impervio e quindi dovevamo procedere lentamente, ciò che ci avrebbe portato fortuna. La strada ripida ci sembrava allora interminabile e ci trovavamo costantemente sotto il tiro dell’artiglieria nemica , il sibilo dei proiettili ci avrebbe dovuto accompagnare per l’intera salita. Sembrava proprio che il nemico continuasse ad infornare proiettili così come un fornaio infila nel forno i suoi bravi panini.

Noi, del 2° Reparto, stavamo eseguendo già per la quarta o quinta volta un cambiamento di postazione da Colle Abate verso Terelle e dovevamo per questo affrontare questa maledetta strada. Non avevamo alcuna altra possibilità di scelta. Il nemico si era ben abbarbicato tutt’attorno sui monti.
Noi ci trovavamo sul versante anteriore, esposti ad un tiro diretto. Ad un tratto, proprio svoltando a destra in una curva, il capitano Heger, nostro comandante insignito di Croce di Cavaliere (*), venne colpito insieme al tenente Janout ed al tenente Behrens, da una granata. Heger rimase subito ucciso, mentre Janout spirò poco più tardi e Behrens se la cavò con leggere ferite.

(*) Il capitano Rudolf Heger venne nominato cavaliere della Croce di Ferro sul fronte di Stalingrado, il 20 gennaio 1943.


Nota del webmaster

La morte del capitano Heger è riportata anche nel diario storico dell'O.K.W. che, alla data del 1 febbraio 1944, segnala la morte di due cavalieri della Croce di Ferro:

“Durante i pesanti combattimenti difensivi a Nord di Cassino è morto eroicamente il cavaliere della Croce di Ferro capitano Heger, comandante il II./A.R. 96. Il cavaliere capitano Baranek, comandante il Pi.-Btl. 190 non è parimenti sopravvissuto alle gravi ferite riportate”.

[Nota: Cfr. Karl Mehner, a cura di, Die geheimen Tagesberichte der deutschen Wehrmachtsführung im zweiten Weltkrieg 1939-1945, Band 9: 1. Dezember 1943-29. Februar 1944, Biblio Verlag, Osnabrück, 1987, pag. 285.]

Il corpo del capitano Heger riposa nel cimitero tedesco di Caira; sulla tomba è però indicato il grado di maggiore.

Per una più completa cronaca degli eventi nel periodo 25 gennaio - 2 febbraio 1944, si veda l'articolo:

LA BATTAGLIA DEL BELVEDERE (25 GENNAIO-2 FEBBRAIO 1944): DUE DOCUMENTI A CONFRONTO.

Questa breve sintesi è il frutto della comparazione fra due testi ufficiali: il diario storico dell’O.K.W., il comando supremo delle forze armate tedesche, e l’opera del colonnello Georges Boulle, edita nel 1971 a cura del “Service Historique” dell’Esercito Francese.

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Le battaglie | #gennaio 1944, colle-belvedere, francia


Proprio allo zoppicante Gruber devo la fortuna di non essermi trovato allora insieme al gruppo del comandante. Heger aveva avuto un presentimento ed infatti il giorno prima mi aveva detto: "Gruner, da qui non esco più!" scrisse una lettera di commiato alla fidanzata che venne poi recapitata da un sottufficiale recatosi in licenza.
Soldati caduti, muli massacrati, materiale distrutto e feriti giacevano sparsi sul terreno. Lamenti e morti ovunque, veramente un inferno!
Vedo ancora davanti ai miei occhi l’ufficiale medico, ancora giovanissimo, mentre insieme con i suoi soldati di sanità, si prodigava soccorrendo i feriti, calmo e concentrato, dando istruzioni ed operando in condizioni disperate. Sembrava disporre di una forza sovraumana, con un coraggio e con un’abilità ammirabili riesce a salvare la vita a non pochi commilitoni.

Dovetti tuttavia avanzare con i miei uomini, ed io, con i miei 23 anni, risultavo essere il più anziano, responsabile per l’intero reparto. Finalmente potemmo raggiungere a Terelle il reparto di fanteria. Rimaniamo sorpresi quando riusciamo a metterci in contatto via radio con la retroguardia e con il nostro comando. Chiedo di parlare con il comandante di reggimento, colonnello Gevers.
Gevers si trovava molto lontano da noi, al riparo da ogni pericolo e, con carte alla mano, dirigeva le operazioni mantenendo il contatto con le truppe in posizione avanzata.
Quando gli dissi che mi trovavo in un punto molto esposto sul versante anteriore non seppe far altro che indicarmi un altro punto parimenti esposto, ben visibile per il nemico. Espressi quindi il mio timore e subito mi sentii gridare attraverso la cornetta:

”Vada allora a piazzare i suoi pezzi d’artiglieria direttamente dentro le case poste sul versante. Anche ai tempi della prima guerra mondiale si usava sparare da feritoie ricavate sui muri della case. Questo è un comando! Mi sono spiegato? Stop!”

e sbattè infuriato il microfono. Riuscii a stento a trattenere lacrime di rabbia. Questo forsennato ha un bel dire, lui che si trova al sicuro nella sua tana! Comunque il comando è sempre il comando! Ancora prima che spuntasse il giorno portai un obice direttamente sull’ingresso di una casa, puntandolo in direzione di Colle Abate. Deponemmo sul pavimento granate e cartucce, praticammo una buca sul terreno, davanti all’entrata, grande abbastanza per contenere anche i cannonieri durante i pochi minuti necessari per sparare sei colpi in successione, mentre subito dopo si rientrava attraverso una scaletta nella più sicura cantina. Quest’espediente venne da noi praticato in diversi punti, in modo da poter aprire il fuoco da posizioni diverse.
I muri robusti offrivano veramente un buon riparo. In questo modo potemmo mantenere la nostra posizione per otto giorni senza accusare alcuna perdita. Dopo i nostri cannoni cominciavano spesso a fare cilecca. Avevamo fortunatamente con noi un aiuto armaiolo, il cannoniere Hoffmann, un oriundo tedesco proveniente dai confini della Polonia, il quale sapeva ogni volta rappezzare alla meglio ogni arma ancora disponibile.

Hoffmann era un bravo ragazzo, sempre corretto ed assolutamente affidabile, che seppe meritarsi la sua brava Croce di Ferro ed il grado di caporale.
A febbraio potei mandarlo in licenza straordinaria dalla quale rientrò però non proprio ben disposto, con un cipiglio poco rassicurante. Quando gli chiesi cosa mai gli frullasse in capo non mi seppe dare dapprima nessuna risposta e solo più tardi così si confidò:

“Capitano, è tutto veramente uno schifo! Mia madre è polacca ed io, soldato tedesco graduato, con croce di ferro, non posso uscire sulla strada in uniforme insieme a mia madre!”

Si, veramente, anche per il comandante non era facile trovare una risposta ad una tale rimostranza, in quel marzo del 1944 quando anche in seno alle truppe si ebbero casi di condanne per disfattismo.
Penso a questo punto alla ragazza uccisa dalle bombe, distesa su un tavolo della sacrestia, nella piccola chiesa. Era tanto bella quella ragazza ed ancora tanto giovane. La famiglia non aveva avuto tempo di disporre una degna sepoltura.
Vedo ancora alcuni vecchietti trascinarsi a fatica e che dovevano a volte essere trasportati di forza. Spesso dovettero essere soccorsi nelle loro povere casette per essere portati in salvo, fuori dal tiro delle artiglierie. La popolazione civile dovette sopportare sofferenze inaudite e si doveva rimanere contenti se si riusciva a salvare perlomeno la pelle. Tutto il resto andò infatti perduto in quell’inferno di fuoco.

*****

Ancora da solo mi dirigo attraverso il paese. Lassù, sulla montagna, era situata la nostra postazione "B". Non riesco però ad individuare il punto del nostro quartiere, sul versante posteriore. Dopo che l’abitato era stato raso al suolo e ricostruito più tardi su altro terreno. Da quella parte si trova il Colle Abate, un’altura con diverse sommità cui si giunge attraverso interminabili serpentine.

I miei pensieri risalgono a quel 25 gennaio 1944 quando, da tutte le bocche i cannoni nemici sputavano fuoco. Nelle prime ore del mattino fu dato inizio alla grande offensiva. Noi ci trovavamo con la nostra postazione sulla linea più avanzata, riuscendo a controllare in basso la valle. Avevamo aperto il fuoco con i nostri pezzi d’artiglieria da montagna e ci mantenevamo in contatto via radio con il grosso del reparto. Nord africani erano passati intanto all’attacco, dimostrando di saper sfruttare bene la natura del terreno. Non riusciamo a scorgere nessuna traccia della nostra fanteria, né da destra, né da sinistra, mentre da ogni lato sta penetrando il nemico per cui siamo costretti ad indietreggiare fino alle postazioni situate ai piedi di Colle Abate. Dal nostro reggimento di fanteria ci vengono mandate in soccorso le ultime riserve, un plotone di fanteria in bicicletta e pionieri. Con questi soldati riusciamo a trincerarci, piazzando i nostri pezzi da montagna. Con la nostra artiglieria e con l’artiglieria della 5ª Divisione da Montagna sulla nostra sinistra riusciamo, dal 25 al 28 Gennaio, ad infliggere gravi perdite al nemico. Specialmente la 5ª Divisione da Montagna poteva dominare con le sue postazioni l’intera situazione, avendo sotto tiro anche alcuni reparti delle truppe francesi.
Il 28 Gennaio, poco prima dell’alba, arrivarono finalmente i rinforzi. Mentre davo istruzioni ad un ufficiale ecco che contingenti nordafricani riescono a portarsi a brevissima distanza da noi, scendendo dalla sommità del Colle Abate. Ci salviamo trasportando i nostri pezzi d’artiglieria sulle contrapposte pendici ed apriamo un fuoco ravvicinato sul nostro nemico, ossia a soli 400-1000 metri. Il nostro fuoco concentrato colpì di sorpresa e sbaragliò i reparti tunisini, appartenenti al 2° battaglione di un reggimento di fucilieri. Una pattuglia di punta della nostra fanteria riesce intanto a conquistare il Colle Abate, facendo numerosi prigionieri (al comando del Maggiore Otto Hollenz ndr).

Come potei leggere più tardi nel libro pubblicato da Georger Boulle “La campagne d’hivers 1943/44” i nordafricani subirono ingenti perdite a partire da quel 25 gennaio, in seguito alla sfondamento della Linea Gustav. Gran parte degli ufficiali e di graduati aveva lasciato la vita in quelle giornate di fuoco. La truppa era completamente esausta e da giorni ormai non arrivavano rifornimenti. Pur tuttavia l’ambizioso generale Juin non desistette dal lanciare le sue truppe all’assalto. Nei commenti scritti da parte francese sulle battaglie durate dal 25 gennaio al 4 febbraio leggiamo ancora "in questi 10 giorni i due fronti si trovavano impegnati in una lotta senza quartiere", ciò che viene dimostrato dai pochi dati che seguono:

La 3ª Divisione di Fanteria Algerina si trovava impegnata con 2 reggimenti, precisamente con il 4° Reggimento Fucilieri Tunisino (Caira-Terelle) e con il 3° Reggimento Fucilieri Algerino (a nord fino a Belmonte). Le perdite dei tunisini furono ingenti, ossia andarono perduti ben 2/3 della forza. Il 2 Battaglione venne completamente sbaragliato, venendo cancellato dalla lista delle unità di combattimento. Le perdite del Reggimento ammontarono a: 264 caduti, di cui 14 ufficiali, 739 feriti, di cui 19 ufficiali, e 429 dispersi, di cui 5 ufficiali; ossia complessivamente 1.375 soldati.
Tutto ciò suonava molto chiaro e non necessita di alcun commento. Gli americani infatti intervennero. Il Colle Abate rappresentava una sommità strategica nel tratto settentrionale, estremamente importante per ambedue le parti. Per questo il comando tedesco riconobbe anche l’importanza di tenere occupata quella cima. Il Comandante di battaglione della 44ª Divisione "HuD" ricevette la Croce di Cavaliere ed i soldati comandati dal Tenente Hollenz dovettero sostenere 4 giornate di combattimenti ravvicinati, precisamente il 26, 27, 28 e 29 gennaio. Il giorno in cui si trovò impegnato il nostro 96° Reggimento di Artiglieria fu il 28 gennaio e quella volta furono non poche le decorazioni che vennero in seguito conferite ai nostri uomini.
Attacchi e contrattacchi si succedevano a ritmo sempre più incalzante. Il 29 Gennaio attaccarono i tunisini su un’altura dalla quale riuscivano a puntare su di noi le loro mitragliatrici. Non ci fu più possibile mantenere la posizione, per cui, nella notte tra il 29 ed il 30, ci mettemmo in cammino verso Terelle allorché, nel percorrere le numerose serpentine, vennero colpiti il Capitano Heger ed il Tenente Januot. Proseguimmo oltre, non potendo più tornare attraverso la “Via Neumann” (*).

(*) La via Neumann prende il nome dal colonnello Neumann che ne diresse i lavori di costruzione. Questo percorso, costruito da lavoratori italiani anche inquadrati nell'organizzazione Todt, partiva da Roccasecca, lungo le Gole del Melfa, passava per la Val di Comino sino a Belmonte Castello da dove si inerpicava fino a Terelle. Era quindi la via che collegava la Valle del Liri alla Val di Comino e arteria per i rifornimenti al fronte di Terelle.
(fonte Roberto Molle)

43 anni sono già trascorsi (il racconto è stato scritto nel 1987 ndr) e mi sembra che tutto sia accaduto soltanto ieri. Vedo davanti a me quel soldato americano, fatto prigioniero dalla nostra fanteria e condotto a Terelle nei primi giorni di febbraio. Spaurito se ne sta seduto sulla nuda terra tenendo in mano una corona del rosario insieme ad un libretto di preghiere. Porta un nome tedesco, non parla però nessuna parola in tedesco. Mi intrattengo con lui, gli offro una sigaretta ed un pezzo di cioccolata mentre con la mente andavo pensando ad un mio cugino, Carl Gruner, che prestava servizio nell’esercito americano. Aveva allora 22 anni, essendo un anno più giovane di me, ed era stato assegnato anche lui ad un reparto di artiglieria. Giunto in Germania si recò a Wurzburg ed alla fine del conflitto, nel 1945, volle far visita al nostro comune nonno, senza però trovarne traccia. Quanto folli sono tante volte gli uomini... quanto folle è il mondo!

Prima di ritornare a Roma abbiamo fatto visita ancora una volta al Cimitero Militare Tedesco sul Colle Marino, a 3 km a nord di Cassino. Volevo recarmi ivi sulla tomba del mio amico Heger, n.28/362. Sul tumulo si trovava per caso una pigna fresca, quasi come ornamento posto lì in occasione della mia visita. Sostando davanti al tumulo mi sembrò sentire la voce di Rudi:

"Bene che tu sia venuto! Prendi la pigna e portala a casa come mio ricordo. Tu sai che io sono stato promosso maggiore con nomina postuma e che in Russia mi ero guadagnato una croce al merito. Tu almeno sei riuscito a salvare la pelle! Guardati qui attorno: insieme a me, nella stessa tomba, riposano altri 3 camerati, così che su ogni lapide sono incisi 6 nomi. Siamo stati raccolti tutti lungo il fronte meridionale e portati qui a Cassino: siamo precisamente 20.027 camerati che abbiamo trovato qui la nostra ultima dimora".

... Si viandante che vieni a Cassino, tu ci troverai sepolti qui dove eravamo stati mandati a combattere...

Ai camerati caduti in questa regione dico prima di accomiatarmi:

"Possa Iddio concedervi l’eterno riposo e possano oggi gli uomini resistere alla tentazione di ripetere ancora simili follie!"

Si eravamo ancora tutti nel fiore degli anni. Sul documento personale era stato registrato:

Seguirono poi la 2ª e la 3ª battaglia di Cassino ed io ero stato assegnato al battaglione della retroguardia. Venni impegnato ancora durante la ritirata della divisione verso nord, a capo della mia 4ª batteria, con gli ultimi cannoni rimasti del II./A.R. 96.

Il 16 giugno 1944 la guerra per me e per la maggior parte dei miei uomini era ormai terminata: venimmo infatti attaccati di sorpresa nelle prime ore del pomeriggio da un’unità corazzata dell’8ª Armata; nel nostro caso si trattava di soldati indiani. Avevamo cercato poco prima di lasciare le nostre posizioni per sfuggire al fuoco dei carri armati inglesi e dei carri da ricognizione. Non eravamo riusciti però a riallacciarci al nostro reparto di fanteria, situato a 32 Km più a sud. Tutto un tratto ci trovammo sotto il tiro delle mitragliatrici e dei cannoni anticarro. Mentre stavamo ritirandoci verso nord siamo incappati in reparti inglesi, venimmo catturati e trasportati in Egitto.

Come giudicare il nostro comportamento di allora? Tutti noi abbiamo commesso degli errori. A volte però abbiamo compiuto anche più del nostro dovere. Noi artiglieri ci sentivamo legati per la vita e per la morte alla nostra fanteria, dalla quale ci sentivamo protetti, specialmente per il fatto che sui monti attorno a Cassino eravamo sempre appostati sui punti più avanzati. Molte volte abbiamo dovuto ingaggiare anche dure lotte corpo a corpo.
In quei giorni ognuno di noi ha dato tutto se stesso per il suo prossimo ed ognuno di noi poteva far assoluto affidamento sui suoi camerati.

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Nel caso in cui il testo derivi sempicemente dall'esposizione, con o senza traduzione, di documenti/memorie al solo fine di una migliore e più completa fruizione, la definizione Autore si leggerà A cura di.

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