I RICORDI DI ROMANO NERI, CITTADINO DI ACQUAFONDATA
Data: 01/05/2016Autore: ALBERTO TURINETTI DI PRIEROCategorie: TestimonianzeTag: acquafondata, civili, polonia, sepolture-provvisorie

I ricordi di Romano Neri, cittadino di Acquafondata.

Romano Neri, classe 1928, nato ad Acquafondata, piccolo paese del Lazio, oggi vive a Torino, dopo quarant'anni di onorato lavoro alla CEAT.

Stavo facendo delle fotografie nei saloni del Museo Nazionale del Risorgimento, a Torino. Volevo avere un ricordo di una mostra dedicata ai Polacchi in Italia durante la seconda guerra mondiale, che avevo aiutato ad organizzare.
Non sapevo che quel uomo che indossava un vestito blu, una cravatta intonata ed una camicia bianca, quasi come se andasse ad una cerimonia solenne, al quale avevo chiesto di spostarsi, desiderava ardentemente parlarmi. Me lo disse uno dei guardiani: "Guardi che quel signore è venuto tutti i giorni, vuole incontrare i Polacchi". Il signor Romano Neri, piccolo di statura, un po' appesantito dal tempo, con due occhi vivaci, lo avevo davanti a me, leggermente imbarazzato.
Che cosa voleva?
Voleva raccontarmi la sua storia e chiedermi di essere aiutato a realizzare un desiderio.

A Torino era giunto nel 1945, poco dopo la fine della guerra, chiamatovi da uno zio. Il viaggio dal suo paese di Acquafondata era durato quasi quindici giorni, perché tanti ce n'erano voluti per attraversare mezza Italia, con ponti, strade, ferrovie, città e paesi distrutti dalle bombe. Romano era nato nel 1928 e Acquafondata è un comune ai limiti della provincia di Frosinone, quasi ai confini del Molise da una parte e della Campania dall'altra.
Nel 1940 contava circa 1.000 abitanti e non c'era la luce elettrica.
Contornato dalle montagne, situato a circa 900 metri di altezza, era uno dei tanti borghi dell'Italia centro-meridionale dove, in quel 1940, gli unici echi della guerra mondiale arrivavano attraverso qualche raro quotidiano o con i racconti di chi tornava in licenza.
Malgrado la guerra, la vita non era cambiata granché. Il reddito delle famiglie era basato sui boschi e sui pascoli. Le ore dell'anno erano scandite dalle necessità del bestiame, sulle montagne nel periodo estivo, nelle stalle del paese per il resto dell'anno. Siccome non bastava per tutti, molti erano emigrati in cerca di fortuna, soprattutto in Francia e negli Stati Uniti.
Qualcosa iniziò a cambiare nel 1942, quando le grandi città del Sud, e in modo particolare Napoli, cominciarono a essere bersaglio dei bombardamenti alleati. Molta gente decise di sfollare e moltissimi scelsero quei paesi, che distanti dalle grandi vie di comunicazione, sembravano offrire la massima garanzia di tranquillità. Ad Acquafondata gli sfollati non furono molti ma trattandosi in genere di famiglie facoltose, finirono per dare una mano all'economia di casa.
Tutto cambiò dalla sera del 8 settembre 1943. Quella sera ci fu chi festeggiò la "fine della guerra", ma cambiò idea nelle ore successive, quando fu chiaro quello che stava succedendo.
Per il paese cominciarono a passare gli sbandati: chi in cerca di cibo, chi in cerca di abiti civili.
Il passaggio durò per molti giorni.
Poi arrivarono frotte di prigionieri alleati che, fuggiti dai campi di concentramento, si avviavano anche loro verso sud, incontro ai loro eserciti che salivano lentamente l'Italia; furono aiutati, rifocillati, informati, nascosti nelle case della montagna con grave rischio per chi li ospitava.
E i tedeschi?
Ad Acquafondata apparvero in ottobre.
Venivano a piccoli gruppi, in macchina o in motocicletta, muniti di mappe e carte topografiche; passavano per il paese, ma sembravano ignorarlo.
Si inerpicavano sulle montagne, guardavano, osservavano il paesaggio. Sembravano dei turisti.
Non chiedevano nulla a nessuno.
La gente si domandava cosa facessero e cosa volessero.
Cominciò a girare la voce che prima o poi si sarebbero fermati e che avrebbero scavato trincee e costruito fortificazioni.
Infatti, ai primi di novembre, arrivarono in forze.

Romano abitava con la sua famiglia in una casa poco al di fuori del paese. Un mattino arrivarono tre tedeschi con il podestà; esaminarono la casa, fecero dipingere sul tetto una grande croce rossa su un tondo bianco, e poi dissero a suo padre Nicola ed a sua madre Elvira che la loro casa era diventata un ospedale.
Molto semplice!
A dir la verità, i tedeschi furono persino prodighi di consigli: si sarebbero presi cura dei mobili, degli infissi e delle strutture, ma dissero che tutti gli oggetti più piccoli e le riserve alimentari (olio, vino, grano ecc.) andavano nascosti in buche scavate nel terreno.
La scena fu movimentata dall'arrivo di alcuni aerei che lasciarono cadere degli spezzoni incendiari. Fu il primo bombardamento di Acquafondata ed era il 1 novembre 1943.
A quell'epoca la situazione del paese era già notevolmente peggiorata. La chiusura di ogni comunicazione verso sud - il fronte era ormai arrivato al Volturno - e verso nord, dove tutte le strade erano bloccate dai tedeschi, aveva provocato una grande penuria di viveri e generi di necessità. Dai primi di novembre inoltre, ad Acquafondata cominciò a giungere l'inconfondibile tuono, pressoché continuo, provocato dalle artiglierie, alleate e tedesche.

La convivenza con i nuovi ospiti non fu facile. I tedeschi presero a requisire le case, ma anche a precettare la popolazione maschile, obbligata a lavorare per loro, a scavare trincee e appostamenti, a trasportare munizioni su per le montagne. Il pericolo era molto grande per via dei continui mitragliamenti degli aerei alleati e poi c'era il rischio di essere presi e trasferiti al nord o addirittura in Germania.
La vita del paese cominciò a essere caratterizzata da un gioco a rimpiattino con i tedeschi. Di notte ci si arrischiava a dormire in casa, ma di giorno tutti i giovani si nascondevano o scappavano sulle montagne. Le condizioni di vita peggioravano; c'era sempre meno da mangiare ed era impossibile nutrire le bestie.
Romano fu preso una prima volta e portato scavare per interrare una batteria. Un'altra volta, il suo amico Agostino Lombardi, che poi morì per lo scoppio di una granata, lo venne a chiamare perché gli sembrava di aver visto delle pecore di proprietà dei Neri. Così incapparono in un camion carico di soldati che li presero a bordo e li consegnarono a una sentinella; li fecero lavorare tutto il giorno, ma alla sera li lasciarono andare, dandogli delle scatolette di carne e delle sigarette. Pochi giorni dopo lo ripresero per la strada e lo obbligarono a scaricare un automezzo pieno di munizioni.

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Arrivò l'ordine di evacuare la popolazione civile e l'ospedale tedesco fu spostato a Vallerotonda, più a nord: il fronte era arrivato a lambire il paese.
Qualcuno scappò sulle montagne; altri, quelli che potevano, se ne andarono verso il nord, scegliendosi nuove residenze. Il grosso degli abitanti fu caricato dai tedeschi su dei camion e scaricato a S. Elia Fiumerapido, libero di arrangiarsi!
Qualcuno, eludendo ogni blocco, se ne tornò indietro.
La famiglia Neri possedeva una fortuna: aveva delle pecore. Così decisero di nascondersi sul Monte Pagano, a pochi chilometri dal paese. Un giorno dei soldati tedeschi rubarono le pecore e non fu più possibile sopravvivere.
Sporchi, pieni di pidocchi, senza acqua persino per bere, decisero di tornare nella loro casa di Acquafondata, trovandola ancora intatta.

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Il paese era ormai sotto il fuoco dell'artiglieria alleata.
Certi giorni il bombardamento investiva una zona di qualche centinaio di metri, poi si spostava a destra e a sinistra, avanti e indietro, fino ad aver "arato" un certo numero di metri quadrati.
I soldati tedeschi vivevano perennemente sotto terra, nelle trincee e nei rifugi preparati nei mesi antecedenti. I civili che avevano fatto ritorno al paese, cercavano rifugio nelle cantine delle case, ma molti furono uccisi o feriti dalle granate.

Romano, con altri tre amici, decise di raggiungere le linee alleate. L'impresa riuscì in una notte di luna, ma con loro grande sorpresa, furono accolti assai male. Incapparono in una postazione americana, ma furono consegnati a un comando francese dove furono accusati di essere delle spie. Scamparono per un pelo all'immediata fucilazione. I francesi non credevano a quello che loro riferivano.
Così furono sbattuti in carcere e videro per la prima volta nella loro vita dei soldati vestiti con una specie di tonaca e con il turbante in testa, che per di più li prendevano in giro per la loro sporcizia!
Erano i famosi guerrieri marocchini del Corpo di Spedizione francese.

Proprio in quei giorni il fronte si mosse. Ai primi di gennaio gli Alleati ripresero l'offensiva. I tedeschi resistevano sul monte Monna Casale e sulla Monna di Acquafondata, ma nella notte fra il 12 e il 13 gennaio 1944 si ritirarono. Il fracasso della battaglia impedì agli abitanti del paese di avvertire la partenza dei tedeschi e, all'alba del 13 gennaio, si accorsero con sorpresa della presenza dei soldati nordafricani.
Non ci fu nessuna festa, anzi si udirono con terrore le urla di prigionieri tedeschi uccisi sulle montagne.
I soldati algerini, tunisini e marocchini apparvero all'improvviso nelle abitazioni. Disdegnando tutto il materiale militare che avevano abbandonato i tedeschi, sfondarono le porte, saccheggiarono quanto era rimasto nelle case, si portarono via il bestiame; non esitarono a picchiare quanti cercavano di opporre resistenza. Si arrivò agli atti di violenza carnale, che hanno caratterizzato il primo arrivo di queste truppe in ogni paese italiano che ebbe la sfortuna di trovarsi sulla loro strada.
Gruppi di soldati nordafricani si diedero persino alla ricerca di tesori nascosti, utilizzando sonde metalliche nei giardini e nei campi. Quanto restava del paese di Acquafondata, come tutti quelli vicini, fu messo sottosopra.
Persino la casa dei Neri, risparmiata dai tedeschi e miracolosamente scampata ai bombardamenti, fu quasi distrutta. I soldati nordafricani portarono via mobili, infissi e travi del tetto per accendere i fuochi su cui arrostivano il bestiame razziato. Scavarono ovunque, riuscendo a trovare le riserve nascoste, ma la famiglia scampò ad altri generi di violenza. Quando Romano riuscì a tornare a casa, trovò il suo paese in quelle condizioni.
Ci volle qualche giorno per tornare ad una "normalità", carica di paura e sconforto. I francesi piazzarono una batteria pesante, con personale metropolitano e ad Acquafondata si installarono alcuni comandi dei servizi. Si creò un contatto umano, favorito dal fatto che molti degli abitanti, già emigrati in Francia, parlavano la lingua dei nuovi occupanti.

Il paese, e tutta la valle, divennero un immenso magazzino per i rifornimenti della prima linea. Fortuna volle che le autocolonne che trasportavano viveri, munizioni e materiale logistico appartenessero all'esercito americano e che una sorta di "volontariato popolare" per le operazioni di scarico fu accolto con simpatia.
Non ci furono più problemi per nutrirsi.
Anche gli abitanti di Acquafondata scoprirono cos'era l'abbondanza dell'Esercito degli Stati Uniti e forse qualcuno ne abusò persino.

Verso la fine di marzo del 1944 i francesi se ne andarono e furono sostituiti da truppe neozelandesi.
Il primo atto compiuto dai nuovi arrivati fu quello di far perquisire tutte le case dalla Polizia Militare. Saltarono fuori le scatolette di carne, ma anche coperte, divise, teli, attrezzi, e tutto venne confiscato, ma non ci furono arresti!

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In aprile arrivarono dei nuovi soldati. Portavano la divisa inglese, parlavano una lingua assolutamente sconosciuta, ma ci volle poco per scoprire che erano polacchi e si comportavano come nessun altro soldato aveva fatto prima.
Se entravano in una casa chiedevano permesso!
C'era si un problema ed era quello che non vivevano nell'abbondanza, ma le loro razioni venivano distribuite anche alla popolazione. E poi le infermerie: il personale medico si interessò anche dei civili.
Gli abitanti osservarono con stupore che c'erano dei soldati giovanissimi, ma ce n'erano con i capelli quasi bianchi.
Molti fra questi ultimi erano particolarmente gentili, specie con i bambini.
Si fermavano per la strada, davano sempre qualcosa, e se proprio non avevano niente, non lesinavano una carezza ai più piccoli.
Il paese cominciò a familiarizzare ed a rivivere.
Fu grande la sorpresa di osservare, fin dai primi giorni del loro arrivo, che i polacchi si davano da fare attorno e dentro la Chiesa Parrocchiale. Grandissima fu poi la sorpresa per le funzioni religiose che riprendevano con la partecipazione, sempre foltissima, dei soldati. La Messa della domenica fu celebrata con regolarità, solennizzata da cori imponenti.
Romano ne rimase colpito ed entusiasta, e quando sua madre tornava a casa dopo la Messa gli diceva che quei canti sembravano farla volare fino in Paradiso.
La sera parlavano spesso dei polacchi.
C'era qualcosa nel loro atteggiamento che non finiva di stupirli. Intuivano che quei soldati dovevano aver passato qualcosa di ancora più tremendo di quanto loro avessero subìto nei mesi precedenti e che riversassero sui civili, nel loro continuo aiutarli, specie i più deboli e i più piccoli, il desiderio di rivivere un tempo e di rivedere qualcuno che sapevano non avrebbero mai più né rivissuto né rivisto.

Poi venne maggio e si sentì il rombo dei cannoni, a nord, verso Cassino.
Quello che stava succedendo a Montecassino, gli abitanti di Acquafondata lo capirono dal numero di feriti che venivano portati nelle retrovie.
Si sparse la voce di un grande numero di morti.
A Romano non sfuggì, vista la vicinanza della sua casa con il vecchio campo sportivo, che l’area interessava ai polacchi e disse subito di sì quando gli chiesero se poteva dare una mano con gli altri giovani del paese.
Vicino alla Cappella di Santa Maria, si seppellirono i caduti di Montecassino.
Le salme arrivavano tutti i giorni, avvolte in sacchi di tela, stese sui cassoni dei camion.

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Le fosse, tutte allineate, furono scavate a mano a mano.
Su ognuna fu posta una croce e, quando si poteva, venivano segnalate le generalità del caduto e la data della morte.
Davanti all'entrata fu sistemata una croce costruita con i cingoli di un carro armato.
Ai lavori partecipò Romano, ma anche molti concittadini, regolarmente retribuiti.
Quando tutto fu sistemato ci fu una grande cerimonia alla presenza del generale Anders, delle rappresentanze di tutti gli eserciti alleati e delle unità del Corpo Polacco.
Ad Acquafondata non si era mai visto un così alto numero di generali, tutti insieme.

A giugno i polacchi se ne andarono, in silenzio e senza dare fastidio, così come erano arrivati, affidando il cimitero militare al rispetto dei cittadini.
In novembre altre truppe polacche si accamparono nella zona per una esercitazione, che durò per una settimana.
Altri polacchi ritornarono dopo la guerra, nell'estate del 1945.
Il governo polacco, in esilio a Londra, aveva deciso di costruire il cimitero monumentale di Montecassino e tutte le salme vi vennero traslate.
Romano era già a Torino, ma non poteva dimenticare i ricordi della guerra e quegli strani soldati, tristi e gentili, che lo avevano aiutato.

Il tempo, si sa, cancella tracce e ricordi.
Dopo la guerra la Cappella di Santa Maria ed il campo dove era sorto il cimitero militare, furono abbandonati; la zona divenne un vivaio forestale, ma la croce fu salvata e fu trasferita a cura del Comune in un bivio del paese, chiamato "Miglio".

Il signor Romano Neri è a colloquio con l’ingegner Mieczyslaw Rasiej, Presidente della Comunità polacca di Torino, e finalmente può esprimere il suo desiderio: non solo salvare quella croce, ma darle una nuova e più solenne sistemazione.

Non immaginava ancora che il suo sogno sarebbe stato ben presto esaudito grazie allo spirito d’iniziativa dell’ing. Rasiej, alla buona volontà del Sindaco di Acquafondata, Antonio Di Meo, all’aiuto delle Comunità polacche, alla disponibilità dell’architetto Paolo Rogacien, figlio di un combattente di Montecassino.

Torino, maggio 1995

© Maurizio Alfieri

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