"CORRIERE DELLA SERA" e "THE TIMES": LA BATTAGLIA DI CASSINO
Data: 10-04-2004Autore: SAVERIO MALATESTACategorie: SpigolatureTag: #today, stampa

"CORRIERE DELLA SERA" e "THE TIMES": LA BATTAGLIA DI CASSINO.
Confronto tra la realtà storica della Battaglia e la sua descrizione giornalistica.

 

Un aspetto esaminabile delle pagine del Corriere della Sera e del The Times è sicuramente quello della loro attinenza alla veridicità dei fatti.

Per comprendere ciò che il lettore percepiva della battaglia è necessario osservare se le vicende descritte rispecchiavano totalmente la realtà.

E’ opportuno quindi dividere i fatti raccontati nelle quattro battaglie per avere una visione più chiara.

Per quanto riguarda la prima battaglia il primo punto da esaminare è sicuramente quello del disastro del fiume “Rapido”[1]. Scorrendo le pagine sia del “Corriere della Sera” che del “The Times”, nei giorni successivi all’accaduto, colpisce subito la superficialità con la quale l’argomento è trattato, specialmente per il fatto che quell’azione costò la vita a centinaia di soldati, e al generale Clark, che aveva ordinato l’attacco, una messa in stato di accusa, al termine del conflitto[2]. Lo stesso “Corriere” sempre pronto a sfruttare le sconfitte avversarie “colorandole” di toni disastrosi, rimase abbastanza insensibile e solo così commentò il 23 gennaio l’accaduto: “Alcuni chilometri più a nord [della foce del Garigliano. N.d.A.] è fallito un tentativo di passaggio della riva settentrionale. Presso il torrente Rapido, benché il nemico abbia insistito ripetutamente cercando di raggiungere il suo intento, gli attaccanti sono stati bloccati sulla riva orientale, ogni volta con perdite sensibili dallo sbarramento di fuoco germanico”.

Ciò è ancora più spiegabile dalle stesse parole del generale Rodt, comandante della 15ª divisione Panzer Grenadier, che nella sua relazione all’indomani del fallito attacco, descrisse così l’accaduto: “Forti distaccamenti nemici e possibile ricognizione in forze[3]. I tedeschi avevano subito solo 64 morti e non avevano avuto alcuna necessità di chiamare rinforzi. Venne così considerato solo un tenue diversivo per allentare la minaccia verso la testa di sbarco ad Anzio.

Il silenzio del quotidiano londinese è quasi totale e forse più comprensibile, data l’entità del disastro. Ecco come venne raccontato addirittura il 25 gennaio, tre giorni dopo: “[.] gli Americani a sud di Cassino si sono dovuti ritirare attraverso il fiume Rapido, ma è un ripiegamento verso le loro proprie precedenti forti posizioni dopo un contrattacco che è costato al nemico costosamente[4] e ancora “Le truppe americane a sud di Cassino, che sono avanzate attraverso il Rapido vicino Sant’Angelo, sono state costrette a ritirarsi sulla riva orientale dopo un violento combattimento corpo a corpo. Il contrattacco nemico qui è stato così feroce che gli Americani hanno esaurito tutte le loro munizioni e hanno attraversato il fiume minacciando il nemico con la baionetta[5].

Da una parte quindi il “Corriere” non fece altro che seguire il proprio solito schema nel raccontare i tentativi alleati, cioè sottolineando sempre i loro fallimenti, le conseguenti perdite e l’efficace resistenza tedesca, dall’altra vi fu invece un disperato tentativo di raffigurare questo terribile scacco in una ordinata ritirata che avrebbe addirittura comportato numerose perdite nemiche.

I fatti che seguono il disastro del “Rapido” si riferiscono principalmente agli attacchi francesi a nord di Cassino, gli attacchi americani verso il paese e le sue alture settentrionali e il settore del Garigliano. Sono da entrambe le parti descritti in maniera decisamente parziale, intente solamente a segnalare i successi delle rispettive truppe e a tacere o nascondere in poche righe gli insuccessi.

Riguardo agli attacchi francesi su Monte S. Croce e verso Terelle il “Corriere” risulta, sebbene sempre carico di retorica, necessariamente più obiettivo rispetto al “Times” da un punto di vista storico. Il mancato sfondamento francese ci fu ma nonostante tutto il quotidiano di Londra continuava a presentare gli attacchi francesi come se avessero aperto una importante breccia nel sistema difensivo tedesco. Se il 26 gennaio affermava che i francesi avevano respinto una serie di forti contrattacchi su Monte S. Croce, la violenza dei quali veniva considerata addirittura dovuta a coprire una ritirata dal fronte dopo lo sbarco ad Anzio, il 27 dovette ammettere che i francesi si erano invece dovuti ritirare[6].

Il “Corriere” infatti scriveva a questo proposito il 29 gennaio: “Anche a Monte Santa Croce, che nonostante le insinuazioni della propaganda nemica, si trova completamente e saldamente in mano germanica, sono proseguiti violenti scontri. Rinnovati attacchi di mercenari francesi sono stati frustrati”.

Gli scontri si erano intanto spostati verso Terelle e principalmente sui monti Abate e Belvedere. I progressi iniziali su queste vette, taciuti dal quotidiano milanese, iniziarono a scemare i primi giorni di febbraio in seguito alle sanguinose perdite subite. Questa arresto fu presentato al lettore inglese come una necessità per consolidare le posizioni acquisite, ma la realtà era decisamente diversa. Le truppe francesi, coadiuvate il 30 e il 31 gennaio anche da un reggimento americano[7], erano completamente esauste e non più in grado di avanzare a ranghi ridottissimi. Il “Corriere” così si pronunciò: “L’offensiva sferrata contemporaneamente dalle truppe di Clark nel settore occidentale del fronte appenninico continua intanto ad urtare contro la solida linea di difesa delle truppe del Reich, che mantengono saldamente le principali posizioni. [.] Le truppe degaulliste, nella zona di Cassino, sono state le più provate negli ultimi combattimenti e cominciano a rallentare il loro ritmo offensivo”.

L’attacco americano verso Cassino e il massiccio alle sue spalle venne descritto in maniera questa volta più obiettivo dal “The Times”. L’attacco, sebbene lento e dispendioso, raggiunse quasi tutti gli obbiettivi prefissati, a parte l’ultimo più importante, vale a dire lo sgombero dei tedeschi dal paese e da Montecassino. Il quotidiano inglese si attenne quasi perfettamente ai fatti come in effetti si svolsero, sorvolando naturalmente sulle numerose perdite americane. Vennero riferiti al lettore molti particolari dell’avanzata riguardo il terreno conquistato come la conquista delle baracche[8], a circa un chilometro a nord di Cassino, e delle numerose quote[9] che formavano il massiccio, che furono come riferito, teatro di aspri combattimenti ma sistematicamente ripulite dalla presenza tedesca. Tali conquiste accesero ampie speranze di una rapida conquista, facendo credere al lettore che Cassino sarebbe caduta da un momento all’altro[10]. Il 27 il quotidiano londinese affermò che alcune pattuglie americane erano entrate nell’abitato di Cassino e che prima di ritirarsi l’avevano trovato abbandonato dal nemico[11]. Ciò risulta essere abbastanza improbabile dato che le prime pattuglie entrarono a Cassino intorno al 2 febbraio.

Ben diverso fu l’atteggiamento del “Corriere della Sera” che tacque sistematicamente sulla perdita di terreno e sulla creazione del saliente alleato, e descrisse ripetitivamente gli scontri come una serie di infiltrazioni nemiche che venivano respinte sanguinosamente e con sistematicità. Non vi fu d’altra parte alcun riferimento ai luoghi, ma, rimanendo sul vago, narrava di aspri combattimenti sulle alture e nei sobborghi a nord-est di Cassino.

Gli scontri sul fronte del Garigliano vennero trattate in maniera più ampia da entrambe le testate, rispetto ai due precedenti argomenti. Da parte italiana perché probabilmente si riteneva fino a quel momento la zona della linea più decisamente accesa, da parte inglese invece per motivi di nazionalità, essendo lì schierate le truppe britanniche. Leggendo gli articoli dei giornali non è possibile avere un quadro esatto delle vicende avvenute nei pressi di Minturno, Castelforte e le colline circostanti. Le iniziali conquiste inglesi che portarono alla conquista di ampio territorio al di là del fiume e che terminarono intorno al 30 gennaio, erano descritte dal “The Times” sottolineando la progressiva avanzata e il crollo della 94ª divisione tedesca[12]. Una volta finita la spinta iniziale il quotidiano cominciò a parlare sempre meno di questo fronte ma continuando ad affermare in brevi trafiletti che si compivano ancora progressi e si catturavano prigionieri. La realtà dava ragione allora al “Corriere”, che mantenne sempre, sia nei momenti negativi sia positivi per le truppe tedesche, la solita retorica volta a sottolineare l’inutilità di tutti i tentativi alleati di sfondamento.

La seconda battaglia è caratterizzata dalla distruzione dell’abbazia, dal tentativo di conquistare le quote 593 e 569 dietro il monastero per assaltarlo e per ultimo il tentativo di conquistare la stazione di Cassino.

I due giornali assumono comportamenti diversi. Il “Corriere” diede spazio soltanto alle testimonianze dei monaci sopravvissuti e al bombardamento dell’abbazia di cui diede particolari ampiamente esaustivi sulla distruzione, relegando le notizie belliche a brevissimi trafiletti come il seguente: “Sul fronte meridionale i combattimenti si sono nuovamente concentrati nella zona situata a nord e a nord-ovest di Cassino. In duri combattimenti le truppe germaniche hanno potuto eliminare un’infiltrazione nemica: in seguito a ciò i nordamericani hanno lasciato numerosi prigionieri nelle mani dei germanici. [.] Il fatto che da ieri la IV divisione di fanteria canadese si trova impegnata nei combattimenti di Cassino, dimostra che i nordamericani hanno subito duramente i giorni scorsi perdite straordinariamente elevate” (19 febbraio ed. pom.).

Questo passaggio dimostra come le notizie belliche fossero decisamente superficiali. Probabilmente era dovuto alla censura militare o alla semplice mancanza di notizie precise e ne sarebbe dimostrazione il riferimento alla presenza dei canadesi a Cassino, mai trovatisi nei dintorni del paese nel mese di febbraio. Inoltre il 16 e il 17 febbraio, insieme alle notizie del bombardamento dell’abbazia, viene sottolineato con forza sulla prima pagina del “Corriere” il falso anglo-americano su una tregua d’armi. Quella a cui si riferisce il quotidiano milanese è molto probabilmente la tregua d’armi del 13 febbraio chiesta dal colonnello tedesco von Behr in seguito all’attacco tedesco il 12 febbraio sul Monte Castellone. Il colonnello non informò i suoi superiori e quando la notizia raggiunse Berlino, il comando della Wermacht chiese spiegazioni. Il generale della 90ª divisione Baade se ne assunse la responsabilità, spiegando che la tregua era stata chiesta dagli americani. Era una bugia, perché gli americani erano rimasti padroni del campo di battaglia e non avevano necessità di una tregua per raccogliere i loro morti[13]. Ciò comportò sul “Corriere della Sera” una completa distorsione dei fatti[14].

A parte il 16 febbraio, dove vengono riferiti i particolari del bombardamento, anche il “The Times” come il “Corriere” non dà particolare rilievo alle notizie di guerra ed ammette il 17 febbraio: “[.] non ci sono notizie al quartier generale sulle nostre truppe che siano avanzate attraverso gli ultimi pochi metri sulla cima della collina [di Montecassino]”[15]. Si affermava inoltre falsamente che le truppe americane tenevano in mano un terzo del paese, quando in realtà solo alcuni reparti del 133° reggimento della 34ª divisione erano stanziati nella periferia nord[16]. Soltanto il 21 febbraio nella corrispondenza dell’inviato militare datata 19 febbraio e intitolata “Indians’ assault at Cassino’”, venivano spiegati con discreta precisione i fatti salienti. Erano citati infatti le quote 593 e 569 più l’attacco sia dei neozelandesi alla stazione e dei gurkha verso il monastero, che non riuscirono a mantenere le posizioni sulla collina.

Sulla presenza o meno dei tedeschi nell’abbazia sappiamo ormai che non ve ne furono, sebbene comunque si trovassero nei pressi. La stessa dichiarazione dell’abate Diamare venne pubblicata il 25 febbraio sul “Corriere della Sera” per smentire “il falso anglo-americano”: “Attesto per la verità che nel recinto di questo Sacro Monastero di Montecassino non vi sono stati mai soldati tedeschi, vi furono soltanto per un certo tempo tre gendarmi al solo scopo di far rispettare la zona neutrale che si era stabilita intorno al Monastero; ma questi da circa venti giorni furono ritirati”. La polemica anche in Inghilterra non si spense del tutto. Il 12 aprile (ed. pom.) a quasi due mesi di distanza dall’accaduto il “Corriere” non perse occasione di segnalare un articolo di un settimanale cattolico inglese “Tablet” il cui autore affermava esattamente: “La tesi che il chiostro esercitasse un effetto nocivo al morale delle truppe alleate è forse la giustificazione più comprensibile addotta da parte inglese. Sentendosi osservati senza tregua dalle numerosissime finestre del convento i soldati erano come inchiodati al suolo. Tuttavia la criminale distruzione dell’abbazia rimarrà un gesto insensato e inutile, cosa che del resto si è già rivelata in pieno”.

I punti salienti della terza battaglia furono il bombardamento totale di Cassino con l’avanzata neozelandese tra le rovine, la conquista del castello (Rocca Jànula), della stazione e della “Collina del Boia” e il tentativo alleato di prendere il monastero con un attacco corazzato attraverso il pianoro di Masseria Albaneta.

I primissimi giorni dopo il bombardamento se il “Corriere” dava spazio alla retorica, esaltante la resistenza dei paracadutisti, e affermava che gli attacchi sviluppati da americani[17], indiani, francesi[18] e neozelandesi si infrangevano nell’ “impavida barriera germanica” senza alcun tipo di progresso, il “Times” più obiettivamente sottolineava sia le difficoltà alleate di farsi strada tra le macerie ma anche la conquista del castello. Riguardo a quest’ultimo punto il quotidiano inglese il 20 marzo compì una inesattezza in quanto definì la quota del castello 165. In realtà la quota esatta è 193. La quota 165 è una cima più bassa collegata al castello distante circa 150 metri, la cui importanza era molto elevata dato che da lì, dove sorgeva una casa gialla, potevano partire gli attacchi verso le altre quote, la “Collina del Boia” e quota 235, che difendevano l’accesso al monastero. La quota 165 passò molte volte di mano ed alla fine venne tenuta dai tedeschi, dalla quale fecero partire i loro ripetuti attacchi verso il castello.

Cosa molto interessante è il fatto che il “Corriere” ammetta la perdita tedesca della stazione ferroviaria, considerandola comunque di secondaria importanza, ma nello stesso giorno nell’edizione pomeridiana dia la falsa notizia della totale riconquista della parte settentrionale del paese.

La mancanza di precisione nella descrizione degli eventi da parte del quotidiano milanese è data dal fatto che da una parte, come dice il corrispondente Luigi Romersa il 31 marzo nell’edizione pomeridiana, non era possibile entrare nei particolari per ragioni militari, dall’altra perché l’unico obbiettivo era quello di esaltare le gesta germanica e far risaltare l’inutilità degli attacchi alleati, in primis la distruzione di Cassino, che si era rivelata un grande errore tattico. A tal proposito il 21 marzo vennero riportate le dichiarazioni dell’esperto militare tenente Martin del Daily Telegraph che affermava: “[.] il solo bombardamento non riuscirà mai ad annientare il nemico”.

Gli ultimi giorni della battaglia il “The Times” dovette ammettere la sconfitta. La strada per Roma, che attraversava il paese quasi interamente conquistato, era sbarrata dalla presenza tedesca in due edifici, l’hotel Continental e l’hotel delle Rose e dal fuoco proveniente dalla collina del monastero. La pioggia e l’inaspettata resistenza tedesca avevano fermato l’avanzata.

Il “Corriere” continuò invece per tutta la durata della battaglia a disinformare attraverso false o imprecise notizie. Il 25 marzo affermava che Cassino era per tre quarti in mano tedesca quando in realtà era esattamente il contrario e venivano ogni giorno segnalate conquiste all’interno, nella periferia e sulle colline attorno all’abitato. L’attacco corazzato invece a Masseria Albaneta del 19 marzo, completamente ignorato dal “Times”, viene segnalato in maniera piuttosto strana dal “Corriere” il 29 marzo. La descrizione dell’azione, sebbene non venga citato il nome di Albaneta e si parli della presenza di americani e di tiratori algerini e marocchini[19], sembra indicare proprio quell’azione: “[.] gli americani hanno impiegato un tipo di carro per la guerra in montagna per ottenere uno sfondamento a nord di Cassino, in direzione delle rovine dell’Abbazia. Venti carri armati [.] correvano su mulattiere larghe appena due metri e mezzo verso le posizioni dei paracadutisti tedeschi”. L’ultima grande invenzione riguardo a questa battaglia venne riportata al lettore di Milano il 2 aprile con l’affermazione della riconquista del castello[20]. Questo rimase anzi uno dei principali punti di forza degli alleati fino alla conquista del monastero a maggio.

La quarta ed ultima battaglia svoltasi a maggio è caratterizzata dallo sfondamento della linea Gustav.

Allo scoppio dell’offensiva il “Corriere della Sera” assume toni di sfida nei confronti degli alleati. L’attacco, afferma il giornale, non era giunto di sorpresa ma anzi era atteso dai comandi germanici[21], e non era più rivolto in forze verso Cassino, dove il nemico aveva subito perdite sanguinose ma lungo il Garigliano. In realtà quest’ultimi si aspettavano un attacco due settimane più tardi e non erano pienamente a conoscenza degli spostamenti di truppe alleate svoltasi ad aprile. Il “The Times” sottolineava infatti proprio il 13 maggio che il nemico era stato confuso ed ingannato, la dimostrazione proveniva dal fatto che erano stati lanciati volantini propagandistici in lingua polacca agli indiani e viceversa[22].

Le prime fasi dell’offensiva non furono entusiasmanti per gli alleati. Si riuscirono a creare alcune teste di ponte a sud di Cassino ma con scarsi risultati a causa di una fitta nebbia. Più incisiva fu l’azione dei francesi e degli americani più a sud, ma anche qui le conquiste furono limitate e non tutti gli obbiettivi raggiunti. A questo proposito il quotidiano milanese risulta più a ragione ottimista rispetto al “Times” che parlava di sostanziali progressi, ma in realtà, come si evince dalla lettura degli articoli, la preoccupazione era alta a causa della continua tenacia delle truppe tedesche e dal fronte dell’ottava armata, quella composto da polacchi indiani ed inglesi, il corrispondente speciale ammetteva: “[.] nessuna avanzata definitiva e stata fatta la scorsa notte[23]. Le speranze erano riposte maggiormente nelle azioni francesi che stavano dimostrando ancora una volta la loro abilità nella guerra in montagna ed era il solo fronte da cui giungevano notizie non solo incoraggianti ma decisamente ottimistiche.

Dal 16 maggio in poi, con le truppe tedesche quasi in rotta di fronte ai francesi e agli americani, il “Corriere” poteva solo sottolineare le ingenti perdite nemiche, l’incomprensibile ma efficace tattica di ripiegamento tedesca (“Più gli attaccanti aumentano la loro pressione, gettando nella mischia nuove forze, più i tedeschi oppongono l’elasticità delle loro posizioni articolate, che aprono nelle file degli aggressori vuoti spaventosi” 16 maggio) e le gravi difficoltà dei polacchi nella conquista delle rovine dell’abbazia. Il 17 maggio veniva data la fantasiosa notizia della riconquista tedesca del villaggio di Santa Maria Infante, liberato invece dagli americani dopo 60 ore di scontri la mattina del 14 maggio e addirittura di un attacco polacco verso Terelle, cosa non possibile dato che la zona di competenza polacca arrivava al villaggio di Caira.

Il “Times” sull’onda dell’entusiasmo per la progressiva avanzata e senza preoccuparsi troppo del settore polacco, l’unico immobile e gravido di perdite, volle mostrare al lettore inglese che l’avanzata procedeva meglio di quanto si era prospettato all’inizio soprattutto per il numero di perdite[24]. Facendo però un accurato calcolo si può notare che tale affermazione risulti quasi totalmente falsa o almeno eccessivamente ottimista. Le perdite alleate, considerando solo l’operazione Diadem[25], cioè dal 11 maggio al 4 giugno, giorno della liberazione di Roma, raggiungono la cifra di circa 45000 uomini. Tale cifra risulta piuttosto alta se consideriamo che il totale da gennaio a giugno è di 105000 uomini[26]. La conquista finale dell’abbazia e di Cassino venne presentata al lettore inglese nell’articolo “Fall of Cassino” il 19 maggio, come il risultato della manovra a tenaglia dell’attacco polacco e di quello inglese. In realtà l’abbazia fu volontariamente abbandonata dai paracadutisti tedeschi, costretti a ripiegare sulla linea Hitler (denominata poi Senger), a causa dello sfondamento francese che comportava il ripiegamento di tutte le divisioni, per non rimanere accerchiati.

Particolarmente interessante è la questione riguardante la linea difensiva successiva alla Gustav: la linea Adolf Hitler. La sua esistenza era già nota agli alleati da tempo, grazie alle testimonianze dei prigionieri tedeschi catturati. Il 21 marzo il “Corriere” affermava che la linea Gustav “è appena la prima del sistema predisposto per contrastare l’accesso alla piana del Liri”, confermando quindi l’esistenza di altre tra cui la “Hitler”. Il 16 maggio, dopo lo sfondamento della Gustav, per rispondere alla stampa alleata, che parlava del forzatura della linea difensiva, ecco come si pronunciava: “Le posizioni alle quali l’Alto Comando germanico affida il compito di sbarrare la strada al nemico non costituiscono certamente un unico e sottile diaframma: troppo ingenuo supporre che sia così. La linea, veniva affermato, era composta in profondità da numerosi capisaldi che permettevano una facile difesa elastica. Il 18 maggio però col peggioramento della situazione ecco come si esprimeva: “[.] non c’è né una linea “Gustav” né una linea “Adolfo Hitler” come gli inviati speciali anglo-americani da molti giorni vanno favoleggiando. In realtà si tratta di un sistema di fortificazioni scaglionato in grande profondità e adattato alle condizioni geografiche. [.] si tratta di una penetrazione e non di uno sfondamento e non bisogna aspettarsi una avanzata spettacolosa”. Lo stesso veniva ribadito il 19 maggio.

Un altro fatto da sottolineare è la presunta efficacia della Luftwaffe, l’aviazione tedesca, da parte del “Corriere”. Quest’ultimo nell’arco del periodo considerato richiama l’attenzione costantemente sulle positive azioni sulla testa di sbarco e sul fronte sud. In verità il giornale poteva citare solo quelle poche azioni in cui l’aviazione tedesca poteva prendere parte[27]. La situazione era decisamente critica sopratutto per la mancanza di carburante e per le numerose perdite subite dagli attacchi aerei alleati. Che la situazione fosse disperata ne sono dimostrazione sia le parole di Von Senger nel suo libro[28] che gli articoli del “The Times”. Già il 27 gennaio apparve un articolo che molto esplicitamente affermava: “Air supremacy in Italy”. Gli alleati avevano una superiorità dieci volte più grande rispetto ai tedeschi, e la Luftwaffe non solo non poteva interferire in maniera sensibile sulle truppe sbarcate ad Anzio ma non poteva neanche opporsi agli attacchi aerei alleati, volti a colpire le linee di comunicazione nemiche[29].


Conclusioni.

 

Alla luce dell’analisi compiuta è possibile alla fine giungere a delle conclusioni circa la comprensione della battaglia da parte del lettore nell’arco dei cinque mesi presi in esame.

Il lettore del “Corriere della Sera” era obbligatoriamente invitato ad interessarsi dei fatti militari sia italiani che esteri, essendo la prima pagina del giornale quasi interamente dedicata al tema della guerra. Non poteva essere facile riuscire a farsi un’idea esatta e precisa di cosa stesse accadendo in Europa soltanto attraverso le parole di un giornale completamente asservito al regime di Salò e perennemente controllato dai tedeschi. Un lettore veramente critico non poteva “cullarsi” sulle illusioni di vittoria riportate quotidianamente dal “Corriere della Sera”. La situazione generale all’interno della Repubblica di Salò era già nei primi mesi del 1944 estremamente grave e lo diverrà ancor di più alla fine di quello stesso anno. Il malcontento di una parte della popolazione si fece presto sentire con lo sciopero nelle fabbriche delle più grandi città (Milano, Torino, Genova) il primo marzo, le comunicazioni stradali e telefoniche erano spesso interrotte, i generi alimentari scarseggiavano e i bombardamenti aerei alleati erano all’ordine del giorno senza che la contraerea o la Luftwaffe potessero opporsi.

In una situazione di completo disordine interno, che non poteva essere descritto nei giornali o nei notiziari radio ma che era però sotto gli occhi di tutti, si tentava tuttavia di distrarre l’interesse della popolazione con notizie gonfiate di eccessivo ottimismo negli eventi militari che si stavano svolgendo. La vera speranza del lettore, se ci atteniamo agli articoli di opinione di Ardengo Soffici, Corrado Zoli e Vittorio Rolando Ricci apparsi nel periodo esaminato, era riposta soprattutto sulle divergenze interne allo schieramento alleato, in special modo tra anglo-americani e sovietici. Si ammetteva infatti l’enorme superiorità di mezzi del nemico ma si sottolineava come, nonostante tutto, il tempo giocasse in favore dell’unione tra Italia e Germania, la cui forza si stava effettivamente esplicando sul fronte sud, con la sua opera ritardatrice. Il solo fronte italiano dava reali speranze di successo e questo in parte potrebbe giustificare una visione ottimistica del futuro. Se invece si fosse analizzata in maniera più approfondita la situazione bellica sul fonte russo si sarebbe notato un progressivo ed inesorabile indietreggiamento delle truppe tedesche.

Non sarebbe quindi stato razionale pensare di vincere una guerra o almeno di prolungarla con una Germania che ogni giorno perdeva centinaia di chilometri di terreno. L’attenzione anche per questo motivo sul “Corriere” fu spostata presto sul fronte italiano, dove la retorica esaltante i successi tedeschi, comunque effimeri, era forse più giustificata. Un lettore legato al regime, fiducioso nella vittoria finale per la efficace resistenza tedesca a Cassino, una volta caduta la Linea Gustav a maggio, o poteva pensare alla fine definitiva nonostante le parole del “Corriere della Sera” che sottolineava la determinata e valida tattica del “ripiegamento elastico”, o, forte di questa retorica, poteva pensare che sarebbero sorte altre Cassino nel corso della Campagna d’Italia.

Il lettore del “The Times” di fronte alle notizie provenienti dall’Italia assumeva probabilmente un atteggiamento di attesa degli eventi. La vittoria era considerata ormai inevitabile, si trattava di continuare a combattere e ad aver fiducia nei comandi alleati. Anche se le truppe alleate erano bloccate in questo piccolo e sconosciuto paese italiano, presto si sarebbe aperto il “vero” secondo fronte occidentale, che tanto i sovietici reclamavano, che avrebbe risolto il conflitto. Il quadro che veniva dato poi della condizione della Germania era del tutto negativo, tanto che si sottolineava come ormai fosse totalmente impotente di fronte agli attacchi aerei della R.A.F..

E’ possibile pensare a un forte sconcerto del lettore nel constatare l’impossibilità delle truppe ad avanzare per così tanto tempo. La mancanza all’inizio di una vera e precisa informazione sulle condizioni meteorologiche, sull’inaccessibilità dei luoghi da attaccare e sulla condizione dell’esercito, stremato da una logorante avanzata da Salerno, sconosciuta in parte agli stessi spazientiti comandanti in campo, non poteva giustificare una tale débâcle agli occhi dell’opinione pubblica. Col passare dei mesi tale situazione, una volta conosciuta dagli stessi generali venne resa pubblica e sottolineata per giustificare in gran parte le perdite subite. Il tono degli articoli per tutti questi mesi rimase comunque sempre molto descrittivo dei fatti che potevano essere raccontati, senza l’utilizzo di espedienti linguistici ricercati, per giustificare le immense difficoltà incontrate.

Il lettore del “The Times” aveva più possibilità di essere distratto da altri articoli all’interno del giornale che contava otto pagine in più rispetto al “Corriere” e nei periodi più difficili, quelli della seconda e della terza battaglia rispettivamente a febbraio e a marzo, la sua attenzione venne facilmente e volontariamente focalizzata sulle vicende belliche del fronte russo. Il sentimento di fiducia e di superiorità nei confronti dell’avversario, che tuttavia continuava a colpire e a terrorizzare l’Inghilterra con i lanci dei missili V1 e V2, venne poi finalmente esplicitato negli articoli di maggio descriventi l’offensiva alleata. Lo sfondamento del fronte e la conquista della tanto agognata e imprendibile abbazia di Montecassino infatti, nonostante alcuni richiami alla prudenza, lasciava ampio spazio ad immaginare una conquista dell’Italia molto più veloce e sicuramente più facile di quello che era stato fino ad allora, dato il veloce ripiegamento germanico.

L’enorme differenza, che a prima vista i due giornali mostrano ad un lettore contemporaneo, ad un’analisi più precisa ed approfondita risulta molto più ridotta. La descrizione dei fatti bellici nei più importanti giornali di due paesi in guerra si propongono alla fine gli stessi obbiettivi, al di là della loro appartenenza ideologica. Sia per la R.S.I. che per la Gran Bretagna il fine principale era quello di descrivere la guerra nel modo più vantaggioso per sé stessi possibile, vale a dire raccontare solo quegli avvenimenti che sollevassero il fiacco morale della propria popolazione e raccontarli con una fiduciosa prospettiva futura di vittoria.

Ciò che veramente li differenzia sono solo i metodi nel farlo ma l’obbiettivo è il medesimo. Da una parte una ridotta descrizione delle vicende carica di retorica e omissiva dei fatti negativi, dall’altra una descrizione piatta degli avvenimenti, senza commenti espliciti salvo rari casi, e comunque omissiva delle note negative, giustificate con motivazioni esterne alle responsabilità dei comandi militari.

Con questo non si vuole affermare che l’indipendente “The Times” fosse uguale all’asservito “Corriere della Sera” ma che la descrizione autentica della realtà non veniva perseguita da nessuno dei due quotidiani e la verità, come sempre quando sono in gioco guerre, ideologie ed interessi, viene nascosta all’opinione pubblica e fatta emergere dopo molto tempo dal paziente e metodico lavoro dello storiografo.



[1]In realtà è il Gari.

[2] Alla fine del conflitto i superstiti della 36ª divisione, ritenendo di essere stati ingiustificatamente esposti ad un’azione suicida, chiesero che venisse aperta un’inchiesta. La commissione preposta ritenne il generale Clark non colpevole.

[3] Ellis J., op.cit., p.108. «strong enemy ditachments and a possible reconnaissance in force».

[4] “[.] the Americans south of Cassino have had to withdraw across the river Rapido, but it is a withdrawal to their own previous strong positions after a counter-attack that cost the enemy dearly”.

[5] “Americans troops south of Cassino, who had advanced across the Rapido near San Angelo, were forced to withdraw to east-side after violent hand-to-hand fighting. The enemy counter-attack here was of such fury that the Americans exhausted all their ammunition and crossed the river by holding the enemy at the point of the bayonet”.

[6] “Later the enemy renewed his attacks with sustained violence, and eventually the French were forced to withdraw from Monte Croce after very heavy fighting”.

[7] Il 142° della 36ª divisione.

[8] “The barracks at the village of Monte Villa , which Germans had turned into strong-point, have been captured. The Americans took 100 prisoners in this sector”. (The Times 4 febbraio). In realtà i prigionieri furono 57. Cfr. Cavallaro L.,Cassino-Le battaglie per la Linea Gustav., Mursia , Milano, 2004, p.78.

L’uso di “gonfiare” il numero dei prigionieri era adottato da entrambe le testate.

[9] Colle Maiola, Monte Castellone, quota 175, 442, 601, quota 156 e 213.

[10] “General enemy withdrawal from Gustav line probable – The enemy stronghold of Cassino on the main Fifth Army front seems now to be within the allies’ grasp, and our Special Correspondent states that there is little doubt that a general German withdrawal from the Gustav line has begun”.

[11] “There is for instance, no confirmation – nor is there any direct denial – of front line reports that American patrols have entered Cassino and that before withdrawing they found the town abandoned by the enemy”.

[12] “94th division smashed” (26 gennaio).

[13] Cit. in Cavallaro L., op. cit., p.92.

[14] “A Cassino, il comandante della V Armata ha chiesto al Comando germanico una tregua d’armi di tre ore per poter raccogliere i morti e i feriti gravi giacenti in gran numero sul campo della lotta. Il maresciallo Kesselring, dando con ciò prova di cavalleria e umanità, ha aderito alla richiesta”(17 febbraio ed. pom.).

[15] “There is no news at the head-quarters of our troops having advanced across the last few hundred yards to the crest of the hill”.

[16] “It is now confirmed that we hold roughly one-third of the town of Cassino”.

[17] Nella realtà non erano più presenti.

[18] Idem.

[19] Non vi furono tiratori marocchini né algerini e tanto meno carristi americani in quel periodo a Cassino.

[20] “Nel settore di Cassino le truppe germaniche hanno sensibilmente migliorato le posizioni nella zona a settentrione della città. La collina del Castello e le altre alture sono state riconquistate”.

[21] “L’attacco non è giunto di sorpresa ed era atteso dal comando germanico che già da qualche giorno lo aveva posto in relazione con i frequenti movimenti di convogli nel Mediterraneo, ciò che faceva chiaramente supporre una concentrazione di forze e un rafforzamento di mezzi”.

[22] “The enemy has been confused and bewildered; several times he has showered on Indian troops propaganda leaflets printed in Polish, and sent the Poles leaflets printed in English” (13 maggio).

[23] “Admittedly no definite advance had been made by last night”. (The Times, 15 maggio).

[24] “Casualties to date have been considerably below the number prepared for”. (The Times, 17 maggio).

[25] Compreso il settore di Anzio e Nettuno.

[26] Cfr. Ellis J., Cassino – The Hollow Victory, Aurum Press, London, 2003.p.469.

[27] “Di fronte ai circa 700 velivoli schierati dai tedeschi nel bacino del Mediterraneo, le cui scarse possibilità di sopravvivenza in volo ne limitavano le sortite, gli alleati potevano impegnare il potenziale di circa 4.000 aerei contro gli obbiettivi nemici”. Cit. in Cavallaro L., op. cit., p.197.

[28] Cfr. V. Senger, La guerra in Europa, Longanesi, Milano, 2002, pp.307-308.

[29] “Flying probably 10 times as many aircraft as the enemy, the allies were not only able to keep the Luftwaffe’s interference with the landings to negligible proportions, but to smash enemy supply and troop reinforcements and concentrations, snap his road and rail communications, and interfere with the direction of the enemy squadrons”.

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