OPERAZIONI DEL 1° PLOTONE, 3ª COMPAGNIA, I BATTAGLIONE PIONIERI PARACADUTISTI, NELLA SECONDA BATTAGLIA DI ...
Data: 12-03-2005Autore: VARIListe: ARTICLES IN ENGLISHCategorie: Le battaglieTag: #marzo 1944, cassino, fallschirmjäger, germania, unità-reparti

OPERAZIONI DEL 1° PLOTONE, 3ª COMPAGNIA, I BATTAGLIONE PIONIERI PARACADUTISTI NELLA SECONDA BATTAGLIA DI MONTECASSINO.

Introduzione

Un Diavolo Verde di Montecassino

Tra i tanti Veterani giunti a maggio scorso per il sessantennale, abbiamo avuto l’opportunità di approfondire la conoscenza con un paracadutista tedesco, Rudolf Valentin.
Apparteneva al 1° Plotone, 3ª Compagnia, I Battaglione Pionieri Paracadutisti. Insieme ad Alessandro lo abbiamo incontrato nel febbraio 2004 allorchè la troupe di “Channel Four” era giunta a Cassino per girare un documentario sulla battaglia (quello andato recentemente in onda su Rete4).

Rudi, così per gli amici, è stato protagonista delle fasi più cruente della battaglia intorno al Castello di Rocca Ianula e alla Collina dell’Impiccato. Ci ha consegnato le sue memorie, che pubblichiamo con molta riconoscenza. In quei giorni ha incontrato nuovamente un vecchio nemico, Bill Hawkins, come descritto nell’articolo di Luigi Grimaldi.

L'incontro tra Bill Hawkins e Rudolf Valentin

AMICI NEMICI

Le testimonianze dei reduci ci hanno spesso offerto scenari tristi e desolati in cui la distruzione, la morte e l’odio albergavano ancora nella loro mente, spingendoli in diverse occasioni a descrivere il nemico come una bestia senza cuore incapace di provare dei sentimenti. Fortunatamente non sempre è così...

20/11/2004 | richieste: 3367 | LUIGI GRIMALDI
Testimonianze | #today, veterani-reduci

I giorni passati con Rudi sono volati in un attimo, abbiamo avuto il modo di ascoltare i suoi racconti, le sue confidenze, di conoscerlo dal punto di vista umano. Devo dire che quest'ultimo è stato l’aspetto che mi ha maggiormente arricchito.
Oltre alla testimonianza che riportiamo, puntuale, semplice e molto diretta, la mente si affolla di tanti altri episodi che ci ha raccontato. Ad esempio come scambiassero le sigarette con il cognac con i Gurkha arroccati sotto la Collina dell’Impiccato; come i rifornimenti aerei a questi destinati arrivassero per la maggior parte ai tedeschi e come i paracadute di seta (blu per l’acqua, rosso per le munizioni, verde per il cibo) servissero per confezionare sul posto eleganti foulard; come raccogliessero le armi del nemico e le usassero per risparmiare le loro munizioni; come il pericolo maggiore, quando scoppiavano le bombe, non fossero le schegge ma le rocce che si frantumavano.

Di questi racconti mi ha colpito maggiormente il particolare delle tregue intorno al Castello per raccogliere i morti ed i feriti. Queste furono concordate dai comandanti in campo e furono rispettate con molta cavalleria da entrambe le parti.
In quella occasione i tedeschi portarono con le barelle alcuni inglesi feriti fino al Castello e poi, dopo averli consegnati ai loro commilitoni, salutarono militarmente e si allontanarono. In quella occasione si fermò a fumare una sigaretta con un ufficiale medico neozelandese, Porrie Brien, si scambiarono anche cioccolata e qualche parola; il medico dopo la guerra ha scritto un libro e riporta proprio questo episodio con Rudi.
Poco dopo la guerra li avrebbe richiamati alla dura realtà dell’uccidere o venire uccisi, ma in quel momento erano tornati ad essere solo uomini.

Roberto Molle

Il racconto di Rudolf Valentin

Il documento è rispettoso della visione tedesca, che suddivide gli eventi in tre battaglie.

All’ inizio della seconda battaglia di Cassino la 3ª Compagnia Pionieri Paracadutisti del I Battaglione era comandata dal capitano Jacobeit, posizionata come riserva d’attacco sul pendio posteriore di Colle Sant’Angelo. Noi ci trovavamo tra le crepe delle rocce e sotto gli spuntoni di roccia sovrastanti, non molto confortevoli ma sicure dal fuoco di artiglieria e colpi di mortaio.

Non faceva piacere sapere che i nostri viveri ed ogni goccia d’acqua dovevano essere portati dal nostro posto di cambio sulla Via Casilina (S.Scolastica quindi per la Gola della Morte. ndr) a circa 3 km di distanza e poi tutto doveva essere trasportato fino alle postazioni sul monte. Il tragitto sino al posto di cambio e il ritorno era sottoposto al continuo fuoco d’artiglieria, perche’ il nemico sapeva perfettamente che i rifornimenti per tutto il fronte di Cassino passavano per quella strada.
Se non si era addetti al ritiro dei rifornimenti ci si poteva tranquillamente crogiolare al sole di marzo.
Con il bombardamento del 15 marzo l’idillio era presto finito. Il primo e secondo plotone della nostra compagnia vennero aggregati al I Battaglione del 3° Reggimento Paracadutisti al comando del Maggiore Rudolf Bohmler.
Nel tardo pomeriggio del 16 marzo ci preparammo, al comando del Capitano Jacobeit, partimmo, fiancheggiammo Masseria Albaneta, lungo la cresta del Calvario, sino al Monastero.
Durante il tragitto ricevemmo due colpi di granate che esplodendo fecero, fortunosamente, solo due feriti in modo lieve. Dopo essere arrivati al Monastero ci presentammo al Maggiore Bohmler e ricevemmo gli ordini. Il secondo plotone doveva arrivare sino alla quota 435 (la collina dell’Impiccato) riconquistarla e trincerarsi; cosa che non riuscì e la quota rimase in mano ai Gurkha.

Noi del primo plotone, 26 uomini al comando del sottufficiale Saam, dovevamo attaccare su entrambi le curve a crinale che erano difese dai Rajputana (soldati indiani) e se possibile riconquistare la Rocca Janula, la cosiddetta collina del Castello.
All’una di notte lasciammo il Monastero caricati pesantemente di munizioni e bombe a mano per attaccare alle prime luci dell’alba.
Silenziosamente nel buio ci toccavamo, scendendo dal pendio, verso il basso, e, verso le quattro di mattina, raggiungemmo la quota 236.
Al di sopra della curva a crinale più alto c’erano gli ultimi sei uomini della 3ª Compagnia del 3° Reggimento; erano demoralizzati e davanti a loro avevano i Rajputana che si erano trincerati sino a 20 metri da loro.
Dopo brevi spiegazioni con il tenente Hering, comandante della 3ª Compagnia, attaccammo, ma subito rimanemmo a terra per il pesante fuoco di mitragliatrici, alcune bombe a mano volarono verso tronchi d’albero bruciacchiati e tornarono indietro.
Ma il secondo attacco ebbe fortuna; due cariche di esplosivo da 3 kg lanciate dal portatore Franz distrussero alcune postazioni di mitragliatrici e all’istante balzammo all'attacco, sparando con le mitragliatrici appoggiate sull’anca, e con l’aiuto di altre cariche esplosive potemmo cacciare i Rajputana anche dalla curva a crinale piu’ in basso, dovemmo ripulire la quota 192 a sinistra, riuscimmo anche in questo e ci dirigemmo sulla sella che da Montecassino va sulla Rocca Janula.
Qui fummo fermati da un fuoco d’artiglieria nemica, divenne giorno e ci dovemmo ritirare sulla quota 196 e sulla curva a crinale più in alto. Qui ci rendemmo conto che riuscivamo dominare con le nostre mitragliatrici l’unico passaggio che conduceva ai Gurkha sulla quota 435.
La resistenza che dovevamo piegare era frutto di un paio di uomini che si trovavano ancora sulla quota 236, che noi appunto dovevamo eliminare affinchè il passaggio sino alla quota 435 e il Monastero diventasse libero.
Con i nostri gruppi d’assalto ottenemmo il risultato desiderato anche se pagammo anche noi il prezzo: due morti, due feriti gravi e il nostro ufficiale medico che venne fatto prigioniero dai Rajputana a 20 metri da noi senza che potessimo fare niente per evitarlo.

La situazione in cui noi ci trovavamo non era affatto invidiabile: visto dal Monastero noi ci trovavamo come sulla punta di un cuneo molto stretta, a sinistra una gola ripida che dalla collina del Castello, dietro la Rocca Janula, proseguiva sino alla città, separati da una brigata indiana, davanti a noi il Castello e a destra sopra di noi i Gurkha sulla quota 435.

Per questo motivo la nostra mobilità specialmente di giorno era molto limitata. Colui che sarebbe uscito di giorno dalla postazione sarebbe stato vittima del fuoco di cecchini indiani o di quelli inglesi dalla Rocca Janula. In più c’era l’artiglieria e addirittura il fuoco di carri nemici che dalla citta’ sparavano su tutto cio’ che si muoveva sul Monte. Ad ogni modo eravamo allo scoperto con il Monastero in alto si trovava sopra di noi.
I Gurkha sulla quota 435 si trovavano in una situazione analoga, essi si dovevano rendersi invisibili di giorno altrimenti sarebbero stati colpiti dall’artiglieria tedesca assieme alle granate di mortaio che venivano li ottimamente indirizzate dal Monastero. Tutte queste condizioni facevano si che tutti gli attacchi e contrattacchi avvenissero di notte, che per noi, pochi uomini, era un vantaggio. Subito dopo aver fatto buio dovemmo respingere il primo pesante attacco, nella stessa notte ne seguirono altri due.

Il nemico non voleva farsi sbarrare la porta del Monastero dal nostro piccolo manipolo di uomini. Il resistere a questi attacchi era possibile solo grazie ai frequenti cambi delle postazioni di fuoco e l’uso di cariche esplosive per pionieri. Con l’inizio del nuovo giorno dovevamo strisciare nei buchi che avevamo allargato in parte con il puntone dei nostri coltelli a gravita’, con l’artiglieria e le granate di mortaio che arrivavano su di noi. Con l’arrivo dell’oscurità iniziarono tanti combattimenti corpo a corpo mortali, nei quali il nemico arrivava a 3-4 metri da noi, prima di poterlo riconoscere dalla forma degli elmetti.

Cominciò a farsi sentire la fame ma soprattutto la sete, l’acqua rimasta era a disposizione dei nostri feriti che non potevamo curare in modo adeguato. Era impossibile pensare di andare a prendere rifornimenti e acqua su sino al Monastero, in quelle notti ciascun uomo veniva utilizzato per respingere i frequenti attacchi che ricevevamo.

el primo mattino del 19 marzo arrivò dal Monastero il primo battaglione del IV Reggimento Paracadutisti con un organico di 120 uomini, con l’ordine di riconquistare ad ogni prezzo la Rocca Janula. Dopo circa 10 minuti di fuoco di mitragliatrice e mortaio gli uomini del IV Reggimento cacciarono i Rajputana dalla curva a crinale inferiore e attaccarono le mura della Rocca Janula. Qui cominciarono terribili combattimenti corpo a corpo quasi di tipo medievale, gli uomini cercarono di arrampicarsi sulle mura, cercarono di aprirsi varco con un buco nel muro, il buco venne aperto ma il nemico del battaglione Essex combattè temerariamente e riuscì, sebbene con perdite spaventose, a respingere l’attacco. La tenacia e il coraggio degli uomini del IV Reggimento non servì a niente, il Castello non poteva essere più riconquistato.
La metà degli uomini pagò con la vita l’attacco, gli altri dovettero indietreggiare sulle nostre postazioni precedenti.

Anche gli inglesi e gli indiani ebbero così gravi perdite che dovettero rinunciare al loro progetto di conquistare il Monastero in questa direzione. In questi giorni venne concordata una tregua d’armi per occuparsi di morti e feriti, cosa che non era stata possibile nei giorni precedenti. Capitò di scambiare con il nemico sigarette e fummo aiutati anche con il loro materiale di pronto soccorso, gli inglesi si prestarono addirittura come aiuto per portare i nostri feriti sino al Monastero, dall’altra parte i Gurkha portarono sulle nostre postazioni i loro feriti sino alla Rocca Janula. Poco tempo dopo questi uomini che avevano dimostrato un grande senso cameratesco erano l’uno di fronte all’altro pronti per scontrarsi di nuovo! Che ironia!
Grazie all’aiuto del primo battaglione del IV Reggimento avemmo la possibilità, nelle notti successive, di arrivare al Monastero prendere acqua, viveri e munizioni.

Nei giorni successivi gli inglesi tentarono di rifornire per via aerea gli indiani isolati sulla quota 435, cosa che riuscì solo in parte perchè gli aerei dovevano lanciare i rifornimenti da quote elevate, e in queste circostanze i nostri rifornimenti vennero incrementati, perchè una grande parte dei paracadute piombò su di noi.
Assieme ai guai dei giorni passati se ne aggiunse uno nuovo: la nebbia, che veniva prodotta dall’artiglieria americana ed inglese per mettere in difficoltà l’osservazione dal Monastero. Questa nebbia bruciava molto agli occhi causava forte tosse e nausea.
Alla sera del 24 marzo noi pionieri fummo vittima dell’attacco più cruento della battaglia, durante un attacco d’artiglieria e mortaio, un proiettile colpì in modo sfortunato l’entrata di una piccola grotta in cui si trovava, tranne tre uomini, tutto il mio plotone; circa 9-10 uomini (*). Durante l’esplosione detonarono circa 20 bombe a mano e una carica esplosiva da 3 kg, l’effetto fu devastante! 3 morti, gli altri feriti in modo grave, e noi gli ultimi 3 del nostro plotone, eravamo salvi, dovevamo ringraziare il caso perchè ci trovavamo in marcia per i rifornimenti.
Il giorno seguente grazie ad una nuova tregua d’armi riuscimmo a portare i nostri feriti sino su al Monastero, tra questi c’era anche il nostro comandante di plotone Saam e il portatore Franz, che putroppo morì il giorno dopo. Venne seppellito ai piedi di una palma distrutta nel chiostro del monastero dai camerati della seconda compagnia che si trovavano nel monastero.

Il giorno dopo permettemmo agli indiani di evacuare i loro feriti e di portarli dalla quota 435 alla Rocca Janula.
Non tutti gli uomini che passavano diretti al Castello erano propriamente feriti ma noi li lasciammo passare comunque, ci sentivamo accumunati a queste persone dalle stesse esperienze e dallo stesso soffrire che anche noi stavamo patendo.
Nella notte seguente scesero lungo le nostre postazioni un paio di Gurkha che ancora si trovavano sulla collina dell’Impiccato (quota 435); si diressero anch'essi verso la Rocca Janula e noi li lasciammo passare. Il giorno dopo i combattimenti ancora ristagnavano.

Nella prima metà di aprile, noi, ultimi 3 pionieri del primo plotone, assieme agli uomini del battaglione Boehmler, lasciammo il Monte che tanto aveva richiesto alle nostre vite, assieme al sangue e alle privazioni. I pionieri Lang e Richter ebbero un paio di giorni riposo, io, con la malaria, venni ricoverato nell’ospedale da campo a Fiuggi.

Rudolf Valentin

*Assieme vi erano anche alcuni neozelandesi che alcuni giorni prima avevano tentato di conquistare l’hotel Continental, anche loro si dovettero nascondere in una piccola grotta per evitare di essere fatti prigionieri.

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